Rosita Késs, nata per la musica

Rosita Ziroldo, nata a Oderzo nel 1979, è una cantautrice che vive e suona negli Stati Uniti con lo pseudonimo di Rosita Késs. Sarebbe fin troppo facile paragonarla ai troppi giovani italiani che emigrano per cercare lo sbocco professionale che in madrepatria non trovano, ma qui in realtà siamo di fronte ad una persona dall’animo zingaro, che ha lasciato presto il tetto natio e girato l’Europa prima di trovare la stabilità negli Stati Uniti, dove ha pure messo su famiglia. Oggi in saccoccia ha due album autoprodotti, più un terzo in arrivo, e vanta collaborazioni con musicisti di tutto rispetto, anche se il più delle volte sconosciuti al grande pubblico.
L’abbiamo contattata dopo una sua fugace apparizione a Demo l’acchiappatalenti, trasmissione di Radio Uno che ha messo in onda un paio di suoi brani.
In che modo ti sei avvicinata alla musica?
Avevo quattro o cinque anni: mio padre a casa suonava un piano ed io cercavo di imitarlo. A sei anni mi iscrisse ad una scuola di musica. Non ero particolarmente studiosa e diligente, ma la musica mi affascinava e così, a casa, quando nessuno mi sentiva, giocavo a creare piccole composizioni per pianoforte, e a cantarne le melodie. Scrivere diventò quasi da subito necessario per esprimere quello che sentivo: ero molto introversa da bambina, e quella era la mia via d’espressione.
Come definiresti il tuo genere?
Non credo che la mia musica appartenga ad un genere preciso: scrivo canzoni. Attingo inconsapevolmente da melodie che ascolto, da espressioni di persone che incrocio, da storie che mi vengono raccontate o che leggo. E sicuramente dai luoghi, dai loro suoni e soprattutto dai loro silenzi.
Nella tua giovinezza hai viaggiato molto: Perché hai deciso di fermarti proprio a New York?
Non è stata una scelta premeditata. Ci andai la prima volta per entrare in una scuola di jazz, poi tornai in Europa a registrare il mio primo disco, tra Trieste ed Hannover. Un chitarrista californiano col quale avevo lavorato mi convinse a tornare, a cercare un sound più adatto alle mie canzoni, che in Europa non trovavo. A Brooklyn incisi il mio secondo album: tempo dopo, mentre suonavo per promuoverlo, ricapitai a New Orleans, la città che più mi aveva attirata e ispirata negli Stati Uniti. A Bywater, uno dei suoi quartieri, ho vissuto due anni: un luogo magico, che ricorda Cuba, dove i colori ed i suoni sono più vivi che mai ed il cielo sembra vicinissimo alla terra. La cultura creola, nella bellezza e nell’esotismo di tutte le sue espressioni, mi entrò nel cuore e mi ispirò più di qualunque altro luogo, al punto che in un anno scrissi più di trenta canzoni: di queste undici entreranno nel mio nuovo album, di prossima uscita, il cui nome é F.L.O.Y.D., acronimo di “For Love Of Your Desire”.
Sono tornata a New York perché ero al quinto mese di gravidanza e d’estate qui il caldo è soffocante. Qui è nato Floyd, il mio primo figlio. Sono però certa che un giorno tornerò a New Orleans a vivere.
Che realtà sociale/culturale hai trovato negli States?
Una realtà incredibilmente eterogenea. Qui noto un attivismo politico e sociale decisamente più attento ai cambiamenti, prolifico e meno pessimista, una curiosità che in Europa sembra ardere un po’ meno: trovo che sia un grande paradosso, visto che qui tutto è una riproduzione, talvolta grossolana, dell’Europa. Il nostro vecchio “Continente guida” sembra aver perso un po’ il lume dell’ispirazione e della creatività che da sempre lo rende modello…
Qual è la differenza tra fare il musicista in Italia e negli Stati Uniti?
E’ una differenza abissale. La musica qui, come in Inghilterra, viene insegnata come disciplina primaria, e considerata attività vera e propria. Il musicista in Italia è spesso giudicato come un perditempo: sarà forse per questo che la qualità della musica a cui veniamo esposti é pessima. Tolti i pochi veri cantautori italiani (alcuni morti, alcuni espatriati) le nuove finestre musicali di lancio sono dei deprimenti format televisivi malamente gestiti da incompetenti, da cui escono qua e là delle belle voci ma prive di personalità. Per migliorare questa situazione bisognerebbe a mio avviso eliminare la tv e ricominciare a leggere e viaggiare. Ritrovare la passione e la curiosità che l’appiattimento politico da noi stessi accettato per troppo tempo ha generato. É questo il clima che assorbo quando torno nella mia patria, e mi rattrista perché il nostro paese é osannato in tutto il mondo ed ha una quantità di risorse infinita.

da L’Azione, domenica 10 marzo 2013

Bergoglio: “Donne inadatte alla politica”. Bufala?

Vedo che già mercoledì sera, a pochi minuti dall’Habemus Papam, c’è chi ha cominciato a mettere a soqquadro la vita del nuovo papa alla ricerca di scheletri nell’armadio o uscite fuori luogo, con un copione già visto ai tempi dell’elezione di Ratzinger.

Alla seconda categoria appartiene una presunta dichiarazione, datata 4 giugno 2007, in cui il futuro pontefice Bergoglio avrebbe definito le donne “inadatte naturalmente alla vita politica”. Io, memore delle precedenti panzane riguardanti Benedetto XVI (le scarpe di Prada, i suoi rapporti col nazismo, la benedizione alla Kadaga, Ratisbona, Galileo/Feyerabend eccetera) prima di prendere la storia per vera ieri mattina ho preferito fare quello che dovrebbe (appunto, dovrebbe) fare un giornalista, ovvero verificare le fonti.

Google, in un caso così, dovrebbe essere uno strumento affidabile. Cercando “Bergoglio mujeres” e circoscrivendo la ricerca alle pagine modificate nel 2007 si finisce però dritti dritti dentro a… Yahoo! Answers. L’utente che pone la domanda riporta queste parole:

Buenos Aires, 4 de junio (Télam).- El arzobispo de Buenos Aires, cardenal Jorge Bergoglio, afirmó que “las mujeres son naturalmente ineptas para ejercer cargos políticos”, refiriéndose a la candidatura presidencial de la Senadora Cristina Fernández de Kirchner.

“El orden natural y los hechos nos enseñan que el hombre es el ser político por excelencia; las Escrituras nos demuestran que la mujer siempre es el apoyo del hombre pensador y hacedor, pero nada más que eso”.

En sus polémicas declaraciones, el arzobispo de Buenos Aires agregó que “hay que tener memoria; tuvimos una mujer como Presidente de la Nación y todos sabemos qué pasó”, refiriéndose a la ex presidente Estela María Martínez de Perón.

Las organizaciones de derechos humanos y movimientos feministas no hicieron esperar su respuesta.

Il testo è chiaramente la fonte delle frasi che sono state pubblicate ieri, tradotte, da vari siti web italiani (in quel momento mi risulta che solo una testata giornalistica avesse dato spazio alla notizia, ovvero TgCom 24*). Ha tutta l’aria di essere il copia-incolla di un’agenzia, ed infatti la Tèlam è una sorta di agenzia ANSA argentina di proprietà statale.

*AGGIORNAMENTO (15 marzo, ore 9.18). Un altro indizio a favore della non veridicità della notizia è dato dal fatto che per ora nessun quotidiano italiano solitamente critico verso la Chiesa la riporta: evidentemente le rispettive redazioni hanno dei dubbi ragionevoli. Oltre a TgCom24, a pubblicarla per ora sono stati solo nientemeno che Libero e Giornalettismo, entrambi senza citare alcuna fonte).

Eppure, facendo una ricerca nell’archivio del sito dell’agenzia, questo testo non si trova. E non si trova nemmeno setacciando il sito con Google. Le stesse parole cercate su YouTube non danno risultati rilevanti. Infine, non sembrano esserci nemmeno tracce di reazioni di movimenti femministi a queste dichiarazioni.

L’altra cosa curiosa è la data: Bergoglio avrebbe pronunciato queste parole il 4 giugno 2007, ovvero un mese prima rispetto al lancio della candidatura di Cristina Kirchner a presidente dell’Argentina, avvenuta il 2 luglio successivo: questa data però nella Wikipedia in lingua italiana viene erroneamente anticipata al 2 giugno, ovvero a due giorni prima della fantomatica intervista.

Tutto questo non dimostra incontrovertibilmente che il testo sia stato inventato di sana pianta dall’utente argentino di Yahoo! Answers, magari per motivi politici, ma il sospetto è forte.

Di certo, se io ho forti dubbi che questa notizia sia vera, allo stesso tempo dubito fortemente che i gestori dei vari siti internet che hanno riportato la notizia così rapidamente scopiazzandosi tra loro siano certi della sua veridicità, visto che non credo si siano messi a verificare le fonti nel poco tempo trascorso tra l’annuncio della nomina di Bergoglio e la pubblicazione della notizia.

* AGGIORNAMENTO 2 (ore 14.23): sono stati pubblicati due post che sembrano darmi ragione… oppure che mi hanno copiato senza citarmi 🙂
Uno di un sito argentino spagnolo ed uno di un sito italiano, UCCR. Nel frattempo questo blog ha raggiunto il record storico di visite nello stesso giorno.

* AGGIORNAMENTO 3 (ore 18.15): Giornalettismo non ha tolto la citazione che vi ho linkato sopra, però in compenso ha pubblicato un articolo che, sebbene condito dal solito anticlericalismo stereotipato che lo caratterizza, prende per buona l’ipotesi della bufala. Secondo Giornalettismo il primo a parlare di bufala è stato il sito infocatolica.com, ma in realtà il post di quest’ultimi risale a stamattina, mentre il blog outono.net che vi ho linkato sopra ne aveva parlato già ieri alle 15. E pensare che io avevo questo post praticamente pronto ieri a mezzogiorno e ho voluto aspettare a pubblicarlo, mannaggia a me (però ho postato la notizia su Twitter credo per primo, alle 11.14: tweet 1tweet 2)

* AGGIORNAMENTO 4 (16 marzo, ore 12.25). Anche Avvenire prende posizione attribuendo la bufala ad una organizzazione anticlericale messicana.

* AGGIORNAMENTO 5 (18 marzo, ore 10.57 e 15.45). Il sito Factchecking analizza la vicenda, citando questo blog, e catalogando la citazione al momento come dubbia; scopro felicemente che anche Paolo Attivissimo, uno dei miei blog preferiti, si è occupato della questione. Il Fatto Quotidiano invece persevera pubblicando ieri un altro pezzo dove si prende per buona la frase misogina. Pure l’UAAR intanto fa marcia indietro pubblicando una rettifica, ma dai toni decisamente infantili (ovvero: noi abbiamo sbagliato, ma è colpa dei giornalisti e la Chiesa è brutta e cattiva. Amen.)

Sette motivi per essere grati a Benedetto XVI

papa-Benedetto-XVI

In realtà questo post dovevo pubblicarlo già un paio di settimane fa, ma ho avuto degli imprevisti e la sua stesura è andata per le lunghe. Lo pubblico oggi, mentre tutto il mondo guarda a papa Francesco, al secolo Juan Mario Bergoglio. Nel suo primo discorso di ieri ho intravisto qualcosa di coerente con quanto vi illustrerò in questo post.

Può essere che a te, lettore, papa Ratzinger non piacesse. È per questo che ho cercato di concentrarmi sui dati oggettivi e meno su considerazioni dottrinali ed opinioni, sulle quali si può anche non essere d’accordo.

1. Lo stemma. Ho come l’impressione che tanti commentatori, nostrani e non, fatichino a capire la differenza tra conservatore e tradizionalista, visto che per etichettare Benedetto XVI è stato usato più il primo aggettivo che il secondo. Eppure il primo suo atto, a suo modo rivoluzionario, è stata l’introduzione della mitria al posto della tiara nel suo stemma pontificio; la prima volta, da quando i papi usano gli stemmi (ottocento anni!) che questo è avvenuto: un conservatore l’avrebbe fatto? Giusto per intenderci, la mitria è un copricapo vescovile, mentre la tiara è la corona simbolo del potere temporale del papa: quella vera fu venduta per volere di Paolo VI ad un museo americano per finanziare opere di carità, ma nessuno dei suoi due successori decise di rimuoverla dal proprio emblema. Papa Ratzinger, facendolo, ha voluto rimarcare il suo essere prima di tutto un vescovo. Probabilmente per lo stesso motivo ha spesso inserito forti elementi rossi, tipicamente vescovili, nel proprio “guardaroba”, a differenza del suo predecessori. (A proposito: la storia che le scarpe rosse del papa sono di Prada è una bufala.)

Aggiornamento dell’ultim’ora. Papa Francesco ieri sera in dieci minuti non ha mai pronunciato la parola “papa”. Ha definito se stesso “vescovo di Roma” e Benedetto XVI “vescovo emerito”. Mi sono fischiate le orecchie.
Aggiornamento del 18 marzo. Il nuovo Pontefice nel suo stemma ha adottato le insegne del suo predecessore, e quindi la mitria.

2. Lotta alla pedofilia. Di casi di preti che hanno macchiato il proprio abito a causa di crimini legati alla pedofilia e di vescovi che li hanno sottovalutati (o tenuti nascosti) ne sono purtroppo emersi troppi, in questi anni. C’è da dire che dietro a molti di questi casi ci sono solo calunnie, o avvocati in cerca di fama o ancora solo la volontà di denigrare la Chiesa come istituzione; nonostante questo, Ratzinger non ha cercato scuse e ha fatto più di ogni suo predecessore per debellare questa piaga. Dico solo una cosa, tra le ultime che fatto: ha posto a capo dell’organismo romano che si occupa dei processi ai preti accusati di pedofilia Robert W. Oliver, il sacerdote americano che per primo ruppe il muro di omertà sui casi di pedofilia nella diocesi di Boston. Il messaggio mi sembra chiaro.

3. IOR. Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, affermò il Cardinale Ratzinger durante la Via Crucis al Colosseo, pochi giorni prima di essere eletto al Soglio di Pietro, e di trovarsi una situazione decisamente peggiore di quella che troverà papa Bergoglio a partire da oggi; si riferiva molto probabilmente anche allo IOR, la cosiddetta “banca del Vaticano”, visto l’uso discutibile che se n’è fatto nel recente passato. Benedetto XVI ha iniziato una riforma di questo ente (non senza intoppi, leggi le dimissioni di Gotti Tedeschi) introducendo norme antiriciclaggio più severe, con il benestare dell’Unione Europea. Al prossimo Pontefice il compito di portare a termine il lavoro.

4. Ecumenismo. Benedetto ha cercato il dialogo con l’Islam e con le altre confessioni cristiane non cattoliche, anche in maniera non consueta per esempio con la rivalutazione di alcuni aspetti del pensiero del suo connazionale Martin Lutero. Ha aiutato il riavvicinamento della corrente Lefebriana annullando la scomunica che pendeva sulle teste dei scismatici e liberalizzando la messa in latino (che significa in soldoni che un prete può celebrare una messa in latino insieme a dei fedeli che conoscono bene la lingua senza chiedere il permesso ad un vescovo, altro che ritorno al medioevo come ha commentato qualcuno). Ha dato seguito al celebre incontro interreligioso di Assisi del 1986 voluto da Giovanni Paolo II.

5. Consenso. Agli articoli di certi giornali, nostrani e non, che hanno sempre dipinto il papa come un uomo solo e senza seguito, basta contrapporre le foto aeree delle Giornate Mondiali della Gioventù o degli altri suoi viaggi apostolici, dove ha sempre ottenuto riscontri positivi in quanto a partecipazione popolare anche quando e dove i media gufavano. Leggi Gran Bretagna, per esempio, dove peraltro con la costituzione Anglicanorum coetibus ha dato la possibilità a vescovi anglicani sposati di entrare nella Chiesa Cattolica rimanendo sposati. O in Germania, sua patria e patria di Lutero, dove in questi anni i cattolici hanno superato numericamente i protestanti (e a dirlo sono, nel silenzio generale, le statistiche dei Protestanti stessi).

6. Rivoluzioni morbide. Ha messo in discussione alcuni vecchissime prassi che riguardano i Cardinali (ad esempio la creazione a Cardinale, al primo concistoro utile, dei nuovi vescovi di Torino e Firenze) e, più in generale, ha ridotto il peso degli europei, e in particolare degli italiani, nel collegio cardinalizio. Ha nominato come Prefetto per la Dottrina della Fede Gerhard Ludwig Müller, personaggio chiacchierato sia per delle prese di posizioni non certo super-ortodosse su temi come il celibato dei preti e la verginità di Maria, sia per la sua lunga amicizia con Gustavo Gutiérrez, il prete fondatore della Teologia della Liberazione: non male per uno che dovrebbe vigilare sull’ortodossia del clero e dei teologi!

7. Uscita di scena. Il Papa è forse l’ultima persona al mondo del quale uno si aspetta le dimissioni. Lui lo ha fatto, dopo aver accuratamente sistemato alcune faccende negli ultimi mesi di pontificato. Sì, col senno di poi si può dire che di indizi ce n’erano. Ma è stata comunque una decisione assolutamente inaspettata ed inedita, per i tempi moderni. Dimettendosi Benedetto XVI ha lanciato un messaggio ai suoi successori: al giorno d’oggi, vista la complessità del mondo, la Chiesa non può più permettersi un papa “a vita”. Anche perché se il Codice di Diritto Canonico obbliga i vescovi a dare le dimissioni a settantacinque anni, perché il vescovo di Roma dovrebbe costituire un’eccezione? Credo che nei prossimi decenni le dimissioni del Pontefice saranno un evento relativamente frequente.

Ci sarebbe anche dell’altro, volendo, ma mi fermo qui. Concludendo: raccogliere l’eredità di un personaggio come Giovanni Paolo II sarebbe stato difficile per chiunque. Benedetto XVI non ha certo avuto né il carisma né la dimestichezza con i media che aveva il papa polacco. E non ha avuto, aggiungo io, nemmeno la protezione mediatica sulla quale Wojtyla poté contare da parte di chi gli stava vicino: la mia impressione infatti è che Ratzinger sia stato più volte lasciato solo all’indomani di alcune sue uscite che hanno destato polemiche feroci e inutili. Ma d’altronde, quando si mettono in discussione certi status quo di chi ti sta intorno, è chiaro che prima o poi le conseguenze si pagano (leggi caso Corvo, Vatilieaks e compagnia bella). Quello di Ratzinger, a mio dire, è stato comunque un grande papato. Ma ce ne renderemo conto solo in futuro.

Paola De Pin: a Roma per cambiare

In principio fu Tommaso Tonello, senatore della prima legislatura. Poi Giuseppe Covre, nativo di Santa Maria del Palù e quindi con un piede a Fontanelle. Ed ora Paola De Pin, 46 anni di Lutrano, è il terzo cittadino di Fontanelle ad entrare in parlamento, come senatrice del Movimento 5 Stelle. Mamma ed imprenditrice, è proprietaria di un negozio che fornisce servizi e materiali per la stampa, e in particolare di rigenerazione di cartucce per stampanti.
E’ insolito vedere una persona passare dalla gestione di un piccolo negozio ad un posto in parlamento. Visto che il resto della famiglia rimane a casa, come pensa di riuscire a conciliare ora lavoro, famiglia e Senato?
Diventa difficile, l’ho detto fin dall’inizio. Cederò l’attività, e la famiglia rimarrò qui fino al termine della scuola. Poi si vedrà, vedendo anche quali saranno le prospettive di questo governo, che visto i presupposti non potrebbe avere vita lunga.
Secondo lei, qual è la tipologia di persone che ha votato per il Movimento qui nel trevigiano?
Il Movimento è trasversale, e ha raccolto preferenze a destra, sinistra e centro. Noi pensiamo che per cambiare bisogna uscire da queste definizioni superate.
Sicuramente ora ci sarà chi le rinfaccerà la sua mancanza di esperienza a livello amministrativo.
Certo. Ma non ho visto grandi risultati da parte di politici che sono a Roma da trent’anni: la situazione è tragica e chi l’esperienza ce l’ha non ha migliorato la situazione: stiamo perdendo punti in tutti i settori: industria, scuola, sanità, giustizia… Ma chi meglio di una persona che ha il contatto con la realtà può amministrare la cosa pubblica? Sono laureata in scienze politiche e all’Università queste cose te le insegnano. Il Movimento propone una politica che parte dal basso, visto che c’è chi è partito dall’alto e ha combinato solo disastri. Per fare politica occorrono sani principi, onestà, e un programma da mandare avanti.
Vista la situazione di stallo che si profila al Senato, cosa ritieni che possa accadere? Il M5S può diventare l’ago della bilancia: come faresti pesare i tanti voti guadagnati per sbloccare la situazione?
Stiamo alla finestra, per ora. Non ci alleiamo con nessuno. L’ipotesi è riprodurre il modello Sicilia, ovvero approvare e portare avanti le buone proposte della maggioranza. Bisogna trarre il meglio da questa situazione.
Una volta che si sarà chiarita la situazione, quali sono le primissime mosse che intendete fare a Roma?
Intanto rinunceremo ai rimborsi elettorali e ci taglieremo lo stipendio del 70%, facendo risparmiare moltissimo allo Stato. Io darei la precedenza alla nuova legge elettorale: i candidati devono essere scelti dai cittadini, non calati dall’alto. Conosciuti, scelti e poi controllati direttamente: questa è la prima rivoluzione da compiere.
Il M5S ha promesso di portare trasparenza in parlamento. Che canali pensa di utilizzare per permettere ai cittadini del suo collegio di comunicare con te e viceversa?
Intanto ribadisco che non sono sola ma sono la portavoce del gruppo, e dovrò portare avanti le nostre proposte. Useremo i social network e apriremo un sito in cui quasi quotidianamente relazioneremo su cosa facciamo.
Il Movimento che risposte intende dare per ai problemi che affliggono il nostro territorio? Penso in particolare alla crisi che sta colpendo la piccola imprenditoria ma anche alla cementificazione e il dissesto idrogeologico.
Parlando con la gente vedo che il problema più sentito è il lavoro. Penso alle partite IVA e ai piccoli artigiani in difficoltà: una soluzione per loro potrebbe essere il microcredito e le agevolazioni alle piccole imprese. Chiaramente non pensiamo di cambiare l’economia italiana da oggi a domani, ci sono molti fattori da considerare, tra cui le varie imposizioni che ci arrivano dall’Unione Europea. E poi basta cementificazione: riqualificare le case vecchie, ridurre gli spreghi di energia, ridurre il dissesto idrogeologico creando così anche posti di lavoro.
Lei è anche mamma: quali sono le politiche che vorrebbe attuare il Movimento per sostenere la famiglia?
Questo è un punto che sento tanto. Tutti hanno il diritto a farsi una famiglia e i giovani sono particolarmente svantaggiati da questo punto di vista. Quanto sta succedendo è un’offesa gravissima ad un’intera generazione. I giovani chiedono solo di poter lavorare ma lavoro non se ne trova, altro che “choosy”, come disse la Fornero. Per sostenere la famiglia noi proponiamo il reddito di cittadinanza ma anche di ripensare le politiche per le donne che vogliono lavorare ed avere figli.
E’ vero che non volete essere chiamati onorevoli?
Chiaramente nelle sedi istituzionali rispetteremo il protocollo, ma a Fontanelle, Oderzo, Treviso io sarò sempre Paola.

da L’Azione, domenica 3 marzo 2013