Clelia, la donna che salvò Sara


Clelia Caligiuri De Gregorio, 1966

Ad un grave lutto ognuno reagisce a suo modo: oggi vi raccontiamo la storia di una donna che ha reagito mettendosi a servizio degli altri.
Questa donna si chiamava Clelia Caligiuri: essa, per aver aiutato un’ebrea durante la guerra, è diventata la prima donna italiana, e la prima persona residente in Veneto, a ricevere il titolo di “Giusto per le Nazioni”.
Dopo averla citata un paio di volte nelle nostre pagine lo scorso inverno, siamo entrati in contatto con la figlia Lucia, che durante una telefonata a Napoli ci ha raccontato la sua storia. Ve la presentiamo in occasione di due anniversari: gli ottant’anni dalla promulgazione delle leggi razziali fasciste e i settantacinque dall’8 settembre ’43.
Questa storia inizia a Sorrento, dove Clelia nasce nel 1904. È ancora piccola quando, durante la Grande Guerra, il padre muore lasciando una vedova con quattro figli da mantenere.
Una situazione per niente facile, specie nell’Italia uscita prostrata dal conflitto. Sono i primi anni ’20 quando Clelia, appena ottenuto il diploma di insegnante elementare, viene a sapere che in Veneto c’è carenza di insegnanti. E così, di punto in bianco, chiede e ottiene di lasciare la Campania per raggiungere un piccolo comune di campagna trevigiano: Piavon.
Le scuole del paese si trovano nello stesso stabile della sede del Comune, che da lì a qualche anno sarà assorbito da Oderzo. Una volta sistematasi, siamo nel 1930, torna a Pompei per sposarsi: il fidanzato, anch’egli sorrentino, si chiama Renato De Gregorio, e lavora nelle navi mercantili come tanti giovani della sua città. Dopo le nozze gli sposi decidono di rimanere a Piavon. Il lavoro di Renato lo costringe a lunghe assenze.
Il 10 giugno 1940 l’Italia entra in guerra: Renato viene arruolato in marina come capitano di macchina. Passa circa un mese e il cacciatorpediniere dove presta servizio viene bombardato e cola a picco mentre viaggia verso la Libia.
Clelia così si ritrova improvvisamente vedova: ha 36 anni tre figli. Nonostante l’insistenza dei fratelli e della madre, che vorrebbero tornasse a Napoli, decide di rimanere in Veneto e di non rinunciare ad un posto di lavoro sicuro in un paese in cui ormai tutti la conoscevano. D’altronde nei paesi di una volta gli insegnanti erano un’istituzione.
Clelia inizia così ad aiutare le altre vedove di guerra nella faccende burocratiche, essendoci passata prima di loro. Nel 1943 la terza figlia riscontra qualche problema di salute, e il medico le consiglia di mandarla in un luogo più fresco. Tramite una zia, Clelia affitta una stanza in una grande casa a Follina e ci manda le due figlie.
Clelia va a trovarle nei fine settimana Clelia, e così conosce gli altri inquilini della casa: tra questi una certa Sara Karliner, ivi costretta dalle forze dell’ordine in una sorta di libertà vigilata.
Tra le due donne nasce una forte amicizia: Clelia così scopre che Sara è un’ebrea jugoslava scappata da Zagabria due anni prima, e finisce per prometterle di accoglierla nella propria casa di Piavon, nel caso che l’aria fresca di Follina fosse diventata improvvisamente pesante. Cosa che avviene nello stesso anno dopo i tragici eventi dell’8 settembre.
Sarina, così veniva affettuosamente chiamata da Clielia e le figlie, “evade” quindi da Follina e insieme a Clelia raggiunge clandestinamente Piavon.
Sono i duri mesi dell’occupazione tedesca: a casa Caligiuri, che si trova giusto di fronte al municipio, nonostante la situazione pericolosa le porte spesso si aprono anche per accogliere i ragazzini del paese che, spaventati dalle visite frequenti di quegli uomini cattivi in divisa, vi trovano un letto sicuro, e un ingegnoso sistema per entrare ed uscire senza farsi notare.
La maestra è sicura che nessun in paese l’avrebbe tradita, ma a neanche un chilometro sorge pur sempre villa Reichsteiner, luogo frequentato da ufficiali tedeschi. Vista la situazione, Clelia capisce che Sarina ha bisogno di un rifugio più sicuro.
In quel periodo la parrocchia di Lutrano si distingue per dare rifugio a tanti perseguitati, grazie alla preziosa opera del suo compianto pastore, don Giovanni Casagrande. Clelia bussa alla porta della sua canonica e così Sarina passa gli ultimi tempi del conflitto in paese, visitata due volte alla settimana da lei o dalla figlia, che fanno la spola da Piavon a Lutrano per portarle da mangiare.
La guerra finalmente finisce. Clelia riceve di nuovo l’invito dalla mamma e dai fratelli a tornare nella terra natia e stavolta accetta: nel 1948 chiede ed ottiene il trasferimento in una scuola a Napoli.
Sarina, invece, dopo varie peripezie raggiunge una sorella a Bologna e quindi decide di ripartire da zero andando a vivere in Israele. Ma non si dimentica della sua salvatrice italiana, e così vent’anni dopo ospita la sua famiglia nella sua casa a Tel Aviv. L’eco della loro storia nel frattempo era arrivata anche nelle stanze dello Yad Vashem, il memoriale delle vittime della Shoah a Gerusalemme: Clelia il 18 ottobre 1966 torna quindi in Israele a ricevere l’onorificenza di Giusta per le Nazioni e piantare l’albero a lei dedicato, nel cosiddetto “Giardino dei Giusti”.
Sara morirà poco tempo dopo, ancora giovane, di cancro. Clelia invece se ne va a 91 anni nel 1996 lasciando il ricordo di una donna umile, risoluta e generosa. Una donna che, accolta nella nostra terra, ha saputo a sua volta accogliere, in un momento in cui questa generosità avrebbe potuto costarle carissimo. E che speriamo possa avere presto il giusto riconoscimento anche nella sua città d’adozione.

L’Azione, domenica 16 settembre 2018

p.s. L’articolo è uscito in occasione dell’ottantesimo anniversario della promulgazione delle leggi razziali fasciste.

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