2016, ovvero: come non si organizza un referendum

18 aprile 2016 alle 20:54 | Pubblicato su commenti | Lascia un commento
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Diciamoci la verità, ora che le urne sono chiuse: chi, alla vigilia del voto pensava che il cosiddetto “referendum sulle trivelle” potesse raggiungere il quorum era veramente molto ottimista.
Negli ultimi diciotto anni solo una volta, nel 2011, la percentuale di votanti ha superato il quorum del 50% più uno: il fronte del sì allora era più compatto di quello visto quest’anno e, sebbene ugualmente trasversale, all’epoca non ricordo di aver sentito nessuno dire “siccome Casapound e la Lega sono per il sì, io sto a casa”, per esempio. Ricordo bene la bella mobilitazione partita dal basso, e il grande tam tam (forse anche troppo) sviluppatosi per i referendum riguardanti acqua e nucleare cinque anni fa: nulla di paragonabile a quanto visto nelle ultime settimane.

I sostenitori del sì inoltre furono aiutati dal fatto che in quei mesi ancora si respirava l’odore di Fukushima, e dalla concomitanza con le elezioni amministrative. Eppure l’affluenza allora superò la fatidica soglia del 50% di neanche quattro punti percentuali, in fondo. Come si poteva immaginare di ripetere tale risultato con le condizioni attuali?

Aggiungiamoci inoltre la complessità del quesito, difficile da mettere a fuoco anche per un cittadino informato; le contraddizioni di certe forze ambientaliste, peraltro condizionate da una visione dello stesso ambientalismo forse troppo ideologica, e quindi alla lunga controproducente; errori di comunicazione, a partire dal penoso “trivella tua sorella” dal quale i comitati del sì non hanno preso le distanze, mi sembra. Dulcis in fundo, la pessima idea di qualcuno di trasformare tutto questo in un referendum pro o contro Renzi: di fatto, un cross a porta vuota per il premier, che ora se ne può uscire da vincitore.

Io sono andato a votare sì, anche se con una certa perplessità. Qualcuno ha detto che c’era da lanciare il messaggio che è ora di dare una svolta alle politiche energetiche italiane, ancora troppo legate a processi di produzione inquinanti e a fonti di energia destinate inevitabilmente ad esaurirsi. Vero, e così ho fatto: ma era questo il modo? Ne dubito.

Ne esce vincitore chiunque voglia mantenere questo status quo energetico che non possiamo più permetterci. Ne esce sconfitto lo stesso istituto del referendum: uno strumento democratico che, visti anche precedenti come la risurrezione del ministero dell’agricoltura precedentemente abolito per via referendaria, e la sempre più diffusa allergia alle urne degli italiani, sarà visto in futuro come uno strumento inutile da una percentuale ancora più ampia della popolazione.

Spero solo che chiunque intenda, in futuro, raccogliere firme per indirne un altro, si ricordi di questo 2016, ovvero l’anno in cui capimmo come non si organizza un referendum.

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