Le lettera ai Romani spiegata da De Zan

31 ottobre 2013 alle 20:18 | Pubblicato su L'Azione | Lascia un commento
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“Se salvarsi è più difficile che dannarsi, la Buona Notizia dove sta?” questo interrogativo, rivolto da un importante buddista tibetano al suo insegnante mons. Renato De Zan a Roma, è emerso più di una volta durante il corso biblico che quest’ultimo, noto biblista pordenonese, ha tenuto ancora una volta tra fine settembre e inizio ottobre a Sernaglia della Battaglia, nell’ambito delle proposte di formazione per operatori pastorali della forania del Quartier del Piave.
Tema di quest’anno la lettera ai Romani, il più importante testo prodotto da san Paolo di Tarso. La scrisse durante il suo terzo viaggio missionario: stava progettando un viaggio in Spagna, e ritenne così necessario fissare Roma come punto di partenza e quindi inviare una lettera alla comunità cristiana della città per presentare se stesso e il proprio pensiero.
Egli non scriveva le sue lettere in prima persona, ma si avvaleva di collaboratori che mettevano su carta i suoi concetti, ognuno utilizzando il proprio vocabolario: tra questi con ogni probabilità c’era pure un monaco di Qumran, vista la presenza in Corinzi 2 di un vocabolo, “Beliar”, che si usava solo in questo notissimo monastero esseno per definire il diavolo.
Nelle sei serate del corso, davanti ad un’attenta platea, il relatore ha disquisito sui temi trattati dall’apostolo delle Genti nel testo della missiva tramite un’inevitabile selezione di brani spiegati partendo sempre dai testi originali in greco. Le traduzioni, e certe interpretazioni in chiave filosofica degli stessi, hanno infatti a volte generato in passato delle controversie sul loro significato: l’esempio più eclatante riguarda la cosiddetta “dottrina della giustificazione”, di importanza fondamentale per la teologia protestante. Per il relatore, l’errore di Martin Lutero sta nel non aver compreso quanto fede ed opere per il cristiano siano inscindibili: ci si salva mediante la fede, ma così come non si può amare una persona senza dimostrarglielo con le parole e i gesti, allo stesso modo il cristiano non può credere in Cristo senza manifestarlo nell’amore verso gli altri.
Merita una menzione pure il capitolo 16, il conclusivo della lettera, che è una postilla in cui Paolo raccomanda Febe, la donna incaricata di consegnare la lettera, e saluta alcuni amici. Febe viene definita nel testo greco come diakonon, ovvero “diacono”, al maschile, e non diakonissa, traducibile con “donna al servizio della comunità”; al versetto 7 inoltre una coppia di sposi viene definita “insigne tra gli Apostoli”: queste peculiarità pongono degli interrogativi forti sul ruolo della donna nella Chiesa nascente, tema al quale papa Francesco si è dimostrato particolarmente sensibile.
Mentre l’anno della Fede sta per concludersi, il corso è stata un’occasione unica per riscoprire, attraverso le parole di Paolo, le fondamenta della fede cristiana, la cui conoscenza, come tutti hanno potuto constatare, è tutt’altro che scontata anche tra i cristiani praticanti.

L’Azione, domenica 27 ottobre 2013

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