Un incontro con Arrigo Cavallina

26 aprile 2013 alle 14:39 | Pubblicato su L'Azione | Lascia un commento
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Nella serata di venerdì 12 aprile l’oratorio di San Vendemiano ha ospitato una testimonianza di Arrigo Cavallina, veronese, fondatore negli anni ’70 dei Proletari Armati per il Comunismo, piccola formazione terroristica il cui nome è tornato alla ribalta negli ultimi anni perché vi fece parte Cesare Battisti, oggi latitante in Brasile. Ai presenti, tra i quali spiccava una significativa presenza di giovani, Cavallina ha raccontato il suo percorso che lo ha portato oggi a rifarsi una vita, dopo la militanza ed il carcere, anche grazie alla fede ritrovata: un aspetto sul quale forse si è soffermato meno di quanto ci si potesse aspettare, coerentemente alla volontà di “non confondersi con chi proclama la propria conversione per fare spettacolo”.

Perché Cavallina è un uomo, prima di tutto, coerente: classe 1945, di madre cattolica e padre valdese, come tanti giovani di ieri e di oggi si chiese come poteva dare il suo contributo a migliorare il mondo; da accanito lettore qual è sempre stato, trovò la risposta prima negli scritti di Marx e poi dei teorici della lotta armata. E dopo le frequentazioni con vari personaggi tristemente noti dell’epoca, la coerenza e l’ingenuità lo hanno portato alla scelta di darsi alle rapine e agli attentati insieme a coetanei spinti chi da motivazioni culturali, chi da pretesti per esercitare la violenza. In carcere, dove rimase tra il 1975 e il 1977, iniziò a ripensare le proprie scelte di vita e ad approfondire le ragioni del proprio dissenso verso la lotta armata e al male che avevano fatto le sue illusioni; a fine 1979, mentre già stava prendendo le distanze dal suo passato, un pentito lo inchiodò alle sue responsabilità costringendolo ad altri quattordici anni di carcere.

Durante e dopo la detenzione Cavallina, abbandonate le letture giovanili, ha riscoperto la Bibbia. “La mia vita è ciò che permea l’intera Scrittura – ha affermato – ovvero la Salvezza: Dio ci dà la possibilità di ripartire nonostante quanto abbiamo fatto. Io ho conosciuto persone che hanno dato concretezza a tutto questo”. Ha lavorato con la Exodus di don Mazzi ed in altre in associazioni di volontariato assistendo in particolare tossicodipendenti e carcerati; da anni denuncia le disumanità del mondo carcerario, auspicando modi nuovi di scontare una pena che siano “riparative, non distruttive”, visto che devono “redimere il condannato”: ha fatto l’esempio dell’ex amico Battisti, che dovrebbe a suo dire essere costretto a “spingere per tutta la vita la carrozzina di Torregiani” (l’uomo rimasto paraplegico per errore dopo un suo attentato) e ad usare i proventi dei suoi libri per finanziare gli studi dei figli delle sue vittime. Solo in questo modo un uomo può dire di aver pagato il proprio conto con la giustizia, e non “rimanendo per anni chiuso in gabbia a non far nulla”.

L’Azione, domenica 21 aprile 2013

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