Rosita Késs, nata per la musica

24 marzo 2013 alle 17:27 | Pubblicato su L'Azione, oderzo | Lascia un commento
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Rosita Ziroldo, nata a Oderzo nel 1979, è una cantautrice che vive e suona negli Stati Uniti con lo pseudonimo di Rosita Késs. Sarebbe fin troppo facile paragonarla ai troppi giovani italiani che emigrano per cercare lo sbocco professionale che in madrepatria non trovano, ma qui in realtà siamo di fronte ad una persona dall’animo zingaro, che ha lasciato presto il tetto natio e girato l’Europa prima di trovare la stabilità negli Stati Uniti, dove ha pure messo su famiglia. Oggi in saccoccia ha due album autoprodotti, più un terzo in arrivo, e vanta collaborazioni con musicisti di tutto rispetto, anche se il più delle volte sconosciuti al grande pubblico.
L’abbiamo contattata dopo una sua fugace apparizione a Demo l’acchiappatalenti, trasmissione di Radio Uno che ha messo in onda un paio di suoi brani.
In che modo ti sei avvicinata alla musica?
Avevo quattro o cinque anni: mio padre a casa suonava un piano ed io cercavo di imitarlo. A sei anni mi iscrisse ad una scuola di musica. Non ero particolarmente studiosa e diligente, ma la musica mi affascinava e così, a casa, quando nessuno mi sentiva, giocavo a creare piccole composizioni per pianoforte, e a cantarne le melodie. Scrivere diventò quasi da subito necessario per esprimere quello che sentivo: ero molto introversa da bambina, e quella era la mia via d’espressione.
Come definiresti il tuo genere?
Non credo che la mia musica appartenga ad un genere preciso: scrivo canzoni. Attingo inconsapevolmente da melodie che ascolto, da espressioni di persone che incrocio, da storie che mi vengono raccontate o che leggo. E sicuramente dai luoghi, dai loro suoni e soprattutto dai loro silenzi.
Nella tua giovinezza hai viaggiato molto: Perché hai deciso di fermarti proprio a New York?
Non è stata una scelta premeditata. Ci andai la prima volta per entrare in una scuola di jazz, poi tornai in Europa a registrare il mio primo disco, tra Trieste ed Hannover. Un chitarrista californiano col quale avevo lavorato mi convinse a tornare, a cercare un sound più adatto alle mie canzoni, che in Europa non trovavo. A Brooklyn incisi il mio secondo album: tempo dopo, mentre suonavo per promuoverlo, ricapitai a New Orleans, la città che più mi aveva attirata e ispirata negli Stati Uniti. A Bywater, uno dei suoi quartieri, ho vissuto due anni: un luogo magico, che ricorda Cuba, dove i colori ed i suoni sono più vivi che mai ed il cielo sembra vicinissimo alla terra. La cultura creola, nella bellezza e nell’esotismo di tutte le sue espressioni, mi entrò nel cuore e mi ispirò più di qualunque altro luogo, al punto che in un anno scrissi più di trenta canzoni: di queste undici entreranno nel mio nuovo album, di prossima uscita, il cui nome é F.L.O.Y.D., acronimo di “For Love Of Your Desire”.
Sono tornata a New York perché ero al quinto mese di gravidanza e d’estate qui il caldo è soffocante. Qui è nato Floyd, il mio primo figlio. Sono però certa che un giorno tornerò a New Orleans a vivere.
Che realtà sociale/culturale hai trovato negli States?
Una realtà incredibilmente eterogenea. Qui noto un attivismo politico e sociale decisamente più attento ai cambiamenti, prolifico e meno pessimista, una curiosità che in Europa sembra ardere un po’ meno: trovo che sia un grande paradosso, visto che qui tutto è una riproduzione, talvolta grossolana, dell’Europa. Il nostro vecchio “Continente guida” sembra aver perso un po’ il lume dell’ispirazione e della creatività che da sempre lo rende modello…
Qual è la differenza tra fare il musicista in Italia e negli Stati Uniti?
E’ una differenza abissale. La musica qui, come in Inghilterra, viene insegnata come disciplina primaria, e considerata attività vera e propria. Il musicista in Italia è spesso giudicato come un perditempo: sarà forse per questo che la qualità della musica a cui veniamo esposti é pessima. Tolti i pochi veri cantautori italiani (alcuni morti, alcuni espatriati) le nuove finestre musicali di lancio sono dei deprimenti format televisivi malamente gestiti da incompetenti, da cui escono qua e là delle belle voci ma prive di personalità. Per migliorare questa situazione bisognerebbe a mio avviso eliminare la tv e ricominciare a leggere e viaggiare. Ritrovare la passione e la curiosità che l’appiattimento politico da noi stessi accettato per troppo tempo ha generato. É questo il clima che assorbo quando torno nella mia patria, e mi rattrista perché il nostro paese é osannato in tutto il mondo ed ha una quantità di risorse infinita.

da L’Azione, domenica 10 marzo 2013

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