Il 2012 in musica. Quinta parte

11 gennaio 2013 alle 23:54 | Pubblicato su commenti, video | Lascia un commento
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Quinta e (forse) ultima parte delle mie considerazioni musicali sul 2012. Ne avrei altre in saccoccia, se ho voglia e tempo le pubblicherò. Intanto pappatevi queste.

Penguin Prison – Penguin Prison (2011). Chris Glover è un ragazzo nato nel decennio sbagliato che si sta facendo strada remixando su richiesta pezzi di celebri artisti internazionali. Nel suo disco solista d’esordio esterna la sua passione per la dance anni ’80 pagando pegno a Michael Jackson, Nik Kershaw, George Michael e tanti altri. Disco gustoso dall’inizio alla fine, forse un po’ debole nei testi.


AA.VV. – Con due deca: la prima compilation di cover degli 883. Pubblicato su Rockit per il download gratuito, è diventato un piccolo caso discografico, visto quanto è stato commentato. Una serie di gruppi e cantautori dell’ultima generazione, buona parte dei quali sconosciuti ai più, si sono cimentati nel reinterpretare i successi di quelli che verosimilmente sono stati due loro “miti d’infanzia”: Max Pezzali e Mauro Repetto, in particolare il primo. I risultati sono molto altalentanti, e (per la verità pochi) picchi di genialità si alternano, o a volte si accavallano, a momenti al limite del trash. Tra i primi va innanzitutto messa l’intuizione degli Egokid di interpretare La regina del Celebrità passando dalla seconda alla prima persona singolare, e trasformando così la cubista originale in un travestito, o quella di cantare Nella notte come Samarcanda di Roberto Vecchioni, o ancora di trasformare La donna, il sogno e il grande incubo in un pezzo degli A Place to Bury Strangers. Tra i secondi le pianoline e le voci atonali tanto care a certo scadente indie rock italiano contemporaneo sulle quali non vado a ripetermi. Concludendo, sarà stato anche un divertissement, ma ve la immaginate gente come Faust’O, i Diaframma, Vasco Rossi o Alberto Camerini (per esempio) incidere un tributo a Gianni Morandi nel 1982?

Il Teatro degli Orrori – Il mondo nuovo. Il solito Pasolini, la solita Africa, i soliti immigrati, il solito poeta balcanico, i soliti pistolotti sull’Italia, insomma, il solito Pierpaolo Capovilla che col suo gruppo e i suoi soliti chitarroni sarà anche finalmente uscito dal sottobosco della musica indie (debutto al decimo posto in classifica) ma ormai inizia a stufare. Quanto di buono si era sentito nei primi due dischi, sia a livello di musica che a livello di testi, diventa ora un lungo ed indigeribile predicozzo noise rock. Il quale, più che altro per inerzia, è finito per comparire in molte classifiche dei migliori dischi italiani del 2012 (vedi Afterhours, Padania). Tristezza.


Beach House – Bloom. I Beach House sono due, proprio come andava di moda in quel decennio, gli anni ’80, che fu l’epoca d’oro di gruppi come Cocteau Twins e My Bloody Valentine dei quali i nostri hanno imparato bene la lezione, aggiornando le loro sonorità al nuovo secolo. A partire dalla splendida Myth, singolo senza video che apre il disco, Bloom è un bellissimo viaggio dream pop in compagnia della voce androgina e i sintetizzatori di Victoria Legrand e la chitarra di Alex Scally. A dimostrazione dell’abisso che ci divide musicalmente con gli Stati Uniti, anch’essi hanno raggiunto per la prima volta la top ten americana, non certo con musica o trovate piacione ma con una coraggiosa autopromozione su internet nelle settimane precedenti all’uscita dell’album.

Niccolò Carnesi – Gli eroi non escono il sabato. Cantautore siciliano all’album di debutto: anche lui compare nel summenzionato disco tributo agli 883. Sarebbe anche carino come disco, quel che mi lascia perplesso è il fatto che sempre più spesso quando ascolto artisti emergenti italiani mi vengono in mente i dieci accessori di un vero finto intelletuale. Non è una cosa buona.


Tying Tiffany – Dark Days, White Nights. Misteriosa musicista padovana che (a quanto pare) da tempo ha rinnegato la propria città natale. Dopo aver esordito con un disco di avanguardia acerbo e al limite dell’inascoltabile, ha provato ha dare più peso al proprio progetto, cambiando in parte la propria direzione musicale. Nel quarto album propone un electroclash dal sapore internazionale ma piuttosto evanescente, con rari momenti buoni che si perdono in pezzi un po’ troppo simili tra loro, finendo per essere noiosi.

Fiona Apple – The Idler Wheel Is Wiser Than the Driver of the Screw and Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Ever Do. Ok, a Fiona piacciono i titoli lunghi, e questo lo sapevamo già. E a differenza di qualche sua coetanea con quindici anni di carriera alle spalle, di cose da dire ne ha ancora, e lo dimostra con questo album schietto, introspettivo, variegato. Fiona non le manda certo a dire, e lo fa ancora benissimo.


Novalisi – Per Versi Soli. Difficile essere obbiettivi quando si parla di un gruppo uscito a dieci chilometri da casa mia, anche perché i Novalisi sono senz’altro una delle poche formazioni significative uscite dalla mia zona. Ai tre di Meduna di Livenza nel loro album di debutto va dato atto di aver creato un sound personale e non facilmente etichettabile, per quanto piuttosto “influenzato” dall’ascolto di tanto rock alternativo degli ultimi anni. A indebolire la qualità finale dell’incisione è una certa tendenza dei testi ad essere “forzatamente” strani e l’interpretazione del cantante, al quale manca a volte un pizzico di personalità. Le potenzialità, comunque, sono buone. Bene! Ascoltateli su Spotify. Come dite? In Italia ancora non si può? Ma dai…


Godspeed You! Black Emperor – ‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!. I canadesi hanno i Godspeed You! Black Emperor, mentre in Italia abbiamo i Modena City Ramblers. Dove abbiamo sbagliato? I primi rappresentano un collettivo di musicisti militante di sinistra: le cose in comune con il gruppo italiano per loro fortuna terminano qui. Sono solo al loro quinto disco in diciotto anni: forse incidono solo quando hanno veramente qualcosa da dire o forse no, fattosta è che anche questa volta hanno colpito nel segno, pur non essendoci un granché in quanto ad evoluzione stilistica. Quattro tracce (di cui due oltre i venti minuti) di post rock, in parte già da anni presente nella scaletta dei live, sopraffino al punto da dare pesante filo da torcere anche ai sommi Sigùr Ros. Tanta ma tanta roba.

Tame Impala – Lonerism. Col secondo album, i neozelandesi Tame Impala si impongono all’attenzione di un pubblico maggiore proponendo un rock psichedelico sciallo e chiassoso, con vari richiami agli anni ’60 tra cui anche ad un gruppo non molto psichedelico come i Beatles. Difficile stabilire se sia migliore questo o il disco d’esordio, Innerspeaker. E’ stata una piccola soddisfazione vedere questo album fare una comparsata (mi pare al 95° posto) della Top 100 italiana: c’è ancora speranza!

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