2012 in musica. Quarta parte

7 gennaio 2013 alle 23:21 | Pubblicato su commenti, video | Lascia un commento
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Of Monsters and Men – My Head is An Animal (2011). Le canzoni che diventano famose grazie a spot pubblicitari tendono a starmi pregiudizialmente antipatiche, non fosse per il fatto che sentirle ripetute a martello da radio e TV non aiuta ad apprezzarle. Ma allo stesso tempo non posso non provare interesse per un gruppo che 1. si chiama “Dei mostri e degli uomini”, roba che neanche Giovanni Lindo Ferretti 2. è islandese. Gli Of Monsters and Men sono un gruppo che vive di rendita, la rendita portata dal successo in particolare di un gruppo come gli come Arcade Fire. Le somiglianze con l’ensemble canadese non mancano: sonorità, attitudine, uso della voce, formazione numerosa, e alla larga pure vicinanza geografica. My head is an Animal, rispetto ai dischi della band di Montreal, è di certo più folk e melodico e meno barocco e variegato, e più modesto. Ma alla sufficienza piena comunque arriva.

Uochi Toki – Idioti. Se volete una recensione scontata, non ce n’è bisogno: l’hanno già fatta loro in traccia 10. Personalmente aggiungo che questo album risulta decisamente più difficile all’ascolto rispetto ai suoi due già di certo non facili predecessori. Ma non è necessariamente un complimento. Basi più piatte del solito, testi più confusionari che complessi, e che faticano a trovare una direzione: per una volta, c’è due senza tre.


Lana Del Rey – Born to Die / Lana Del Rey EP / Paradise. Uno dei più singolari casi nella storia della musica pop recente: è bastato un ottimo singolo, Video Games, pubblicato in sordina a fine giugno 2011 con tanto di notevole video rigorosamente autoprodotto, a far gridare a molti, troppo presto, al miracolo. E così l’uscita a gennaio di Born to Die ha probabilmente deluso le attese: perché più che delle malinconiche atmosfere retrò del pezzo suddetto, l’album è permeato di un pop patinato, che risente più di Timbaland(!) e di certo lussuoso hip hop contemporaneo che di Nancy Sinatra. L’atteggiamento ambiguo della cantante ha fatto il resto: siamo di fronte ad una timida ragazza d’altri tempi entrata dentro a qualcosa più grande di lei o, più probabilmente, ad un’attrice consumata che recita una parte (benissimo o malissimo, a seconda dei punti di vista)? Fregandocene del gossip e pensando solo alla musica, Born to Die è un buon disco pop con almeno due/tre ottime tracce (incluse nell’EP eponimo) ma dalle tematiche piuttosto ritrite (In particolare la storia del “live faster, die young” è vecchia, ormai). Paradise è un interessante EP di cover.

Florence + The Machine – MTV Unplugged. Il gruppo di Florence Welch, se azzecca un altro paio di dischi, rappresenterà per questo decennio ciò che (nel bene e nel male) sono stati i Coldplay in quello passato. Scommettiamo? Intanto, dopo il fortunato Ceremonials, i nostri danno i rituali colpi al martello per tenerlo caldo con una nuova uscita, registrata live ed unplugged: operazione sicuramente commerciale e neanche tanto originale, ma dal risultato perlomeno dignitoso. Dal vivo, senza tanti orpelli ed aiutini forniti dalla sala di registrazione, sono soprattutto i pezzi nuovi a perdere in quanto ad impatto; il gruppo se la cava benino lo stesso, ed anche la cantante riesce (quasi) sempre ad essere all’altezza.

Enrico Ruggeri e AA.VV. – Le canzoni ai testimoni. Reincidere alcuni vecchi successi in un momento di stasi creativa non è certo una scelta originale. E nemmeno farsi affiancare nell’operazione da altri. Ciò che contraddistingue il disco è la scelta non scontata di questi artisti: nessun amico di gioventù o artista affermato, piuttosto band ancora sconosciute (Fluon, Serpenti), artisti di nicchia (Diego Mancino, L’Aura), gruppi della scena (più o meno) indipendente italiana (Marta sui Tubi, Linea 77), cantautori dell’ultima generazione (Dente, Bugo). Quasi mai, però, i risultati sono almeno all’altezza degli originali, sia tra chi ha voluto discostarsi molto dalla base di partenza, sia tra chi invece è stato più ortodosso.


Fine Before You Came – Ormai. Ripetersi dopo un discone come “s f o r t u n a” era difficile, ma i FBYC ci sono quasi riusciti. Il quartetto milanese ha nei propri difetti il proprio punto di forza: proprio come il suo predecessore, “Ormai” si avvale di una qualità di registrazione non certo eccelsa, e la voce sgraziata e roca del cantante di certo non aiuta. Ma è proprio il suono grezzo di questo emo/post rock passionale, corrosivo e trascinante che rende questo album degno di essere ascoltato e riascoltato numerose volte. Tanto di cappello anche all’ostinata politica del gruppo di diffondere gratuitamente la propria musica: è uno dei gruppi dei quali ho il cruccio di non aver mai visto un’esibizione dal vivo. C’è mancato poco a Villa Tempesta, ma…

The Maccabees – Given to the Wild. A mio modesto parere, questo è il tipico mediocre gruppo indie rock inglese che, nonostante questo, finisce per avere comunque molti estimatori in Italia. D’altra parte siamo il paese che nel 2012 ha portato al successo i nuovi bollitissimi dischi di gente come Cranberries, Skunk Anansie e Alanis Morissette. Ma non divaghiamo. Given to the Wild, disco non particolarmente brillante né fantasioso, parte benino ma si arena presto in pezzi non particolarmente interessanti. Niente di nuovo sotto il sole.


Soap&Skin – Narrow. Con questo curioso nome d’arte si definisce il progetto musicale di Anja Franziska Plaschg, pianista/cantautrice austriaca nata nel 1990: Narrow è il suo secondo album, o sarebbe meglio dire mini-album. Le influenze per le pianiste contemporanee sono quasi obbligatorie; di suo ci mette una voce atonale dallo spiccato accento teutonico e una spruzzata di elettronica stile Bjork a dipingere un album con pochi sprazzi di luce. Siamo comunque ad una specie di seguito, musicalmente parlando, del disco d’esordio del 2009, dal quale non si discosta di molto. Interessante la cover di Voyage Voyage dei Desireless, uno dei brani più significativi del synthpop francese degli anni ’80.

Ufomammut – Oro: Opus Primum. Gruppo doom metal di Tortona con sette album pubblicati in dodici anni: questo è la prima parte di un disco doppio, pubblicato in due momenti diversi. Chi li conosce? Non certo in tantissimi, eppure sono uno dei gruppi rock italiani più apprezzati all’estero, un po’ come i Lacuna Coil nel 2004 o giù di lì. Siamo di fronte però a tutt’altro genere: Opus Primum presenta cinque lunghe tracce che sono di fatto una ripetizione ossessiva dello stesso tema. Dilatato, oscuro, psichedelico, finisce però per risultare alla lunga un po’ monotono.


Japandroids – Celebration Rock. Titolo azzeccato per un disco omogeneo come si deve, che sarebbe un’ottima colonna sonora per una festa con la gente giusta. Si inizia e si finisce con fuochi d’artificio, si canta urlando: noise rock piacevole, casinista e divertente. Non è necessario aggiungere altro: ascoltatelo con le casse alte.


Mac DeMarco – 2. Rimaniamo in Canada con l’opera seconda, uscita solo sette mesi dopo l’opera prima, di un curioso artista che risponde al nome di Mac Demarco. A vederlo in copertina, con quel cappello e quella camicia di flanella lo si vedrebbe bene al massimo a caccia insieme a Ned Gerblansky di South Park; invece è un interessante polistrumentista, musicalmente accostato ai Real Estate ma che fa tornare in mente Iggy Pop oppure certo glam rock. Un album più cantautoriale che rock, scarno, curioso, non passa certo inosservato. Ne sentiremo ancora parlare.

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