2012 in musica. Terza parte

4 gennaio 2013 alle 23:17 | Pubblicato su commenti, video | Lascia un commento
Tag: , , ,


Swans – The Seer. Questo, per ora, è il mio disco dell’anno, sin dalla copertina. Un album dalle molte sfaccettature, pur avendo come filo conduttore una ripetitività che lo rende estraniante ed ossessivo. Anche troppo, a volte. Le litanie corali di Lunacy e i lamenti di Mother of The World introducono ai trentadue minuti(!) della title-track, vera e propria discesa agli inferi dai quali si risale con la più convenzionale (si fa per dire) The Seer Returns. Dopo la cacofonia di 93 Ave. B Blues si passa ad un nuovo stravolgimento con i due brani quasi acustici che rispettivamente chiudono il primo disco ed aprono il secondo; si passa alla traccia successiva e stavolta sono le campane a farci ripiombare nell’ossessione in Avatar, ma quando meno te l’aspetti arrivano chitarre elettriche e batteria a spaccare tutto. A fare da epico e allucinato finale, due suite di rispettivamente 19 e 23 minuti. Gran disco, che è meglio ascoltare che spiegare: trent’anni di carriera e non sentirli.


Kimbra – Wows (2011-2012). Kimbra, tanto per intenderci, è la moretta lanciata da Gotye per aver duettato con lui nella strafamosa Somebody That I Used To Know. Trattasi di una ventiduenne esteticamente simile a Regina Spektor(!) e pazza quanto basta, con alle spalle canzoni incise già a 15 anni. Ora esce con il suo primo vero e proprio album. E che album: no, non ha (quasi) niente di rivoluzionario; è solo (si fa per dire) un disco di ottima musica pop decisamente ben arrangiato e suonato, con brani piuttosto variegati che esaltano appieno le notevoli doti canore delle cantante. La quale, in quanto neozelandese, ha subito il fascino e l’influenza di chi l’ha preceduta dall’altra parte del mondo, Kylie Minogue in primis. Esistono due versioni dell’album: quella australiana (2011) e quella americana (2012), con tracklist sensibilmente diverse. Meglio quest’ultima, anche grazie ad una Plain Gold Ring cantata dal vivo decisamente migliore della versione in studio (qui sopra).

Francesca Michielin – Distratto/Riflessi di me. Passiamo da una giovane e talentuosa interprete ad un’altra, ancora più giovane (17 anni) ma nata nel posto sbagliato (Bassano del Grappa, ovvero in Italia). Dopo l’EP uscito come di consueto all’indomani della sua vittoria a X Factor (gennaio), verso fine anno è uscito pure l’LP d’esordio, del quale difficilmente ci si ricorderà ancora tra qualche anno; al massimo dei primi due singoli, entrambi firmati da Roberto Casalino ed Elisa Toffoli. Nonostante la “sovrintendenza” di quest’ultima infatti, il resto del disco presenta poche intuizioni felici annacquate in sonorità e testi banalmente tipici di certo blando pop nostrano, i quali sviliscono l’attitudine spiccatamente rock dell’artista. Per lei quindi valgono quindi molte considerazioni che si potrebbero fare per altri giovani cantanti nostrani. Rimandata, suo malgrado, a settembre.

Malika Ayane – Ricreazione. Il terzo disco di quella che è una delle più raffinate interpreti dell’ultima generazione del pop italiano presenta un ventaglio di autori dei decisamente eterogeneo: Pacifico, Paolo Conte, Sergio Endrigo, Boosta dei Subsonica, Tricarico… Ma l’ascolto, almeno nel mio caso, non è stato all’altezza delle aspettative derivate da questi nomi e dalla buona pubblicità fatta al disco al momento della sua pubblicazione (ma dietro c’è pur sempre Caterina Caselli): se l’inizio del disco è decisamente buono, il resto tende a scivolare via. Un po’ di amaro in bocca quindi, stranamente simile a quanto provato con altri dischi di giovani artisti di casa Sugar: un caso?


Porcelain Raft – Strange Weekend. La fuga di cervelli riguarda anche i musicisti: ecco mr. Mauro Remiddi, romano classe 1972 ma in pianta stabile a New York. Quello di “Strange Weekend” è un dream pop che in fondo non ha molto da invidiare a quello dei più quotati Beach House. Ed è più orecchiabile di questi ultimi. Ed è stato recensito positivamente all’estero. E Repubblica XL, almeno stando all’archivio del sito, non se l’è mai filato. Sono sufficienti questi motivi per conoscerlo? Decisamente.

David Byrne & St. Vincent – Love This Giant. Annie Clark, alias St. Vincent, è una delle cantautrici americane emergenti del momento: tra le sue ispirazioni non possono mancare i Talking Heads. David Byrne dei Talking Heads era il leader e l’anima. Non è automatico che mettendo insieme due artisti, per quanto così affini, potesse venire fuori qualcosa di buono, anche se Byrne ha dei precedenti notevoli riguardo a dischi in “comproprietà” (leggi Brian Eno). All’ascolto infatti Love This Giant dà l’idea di un qualcosa partorito durante una vacanza, anche creativa, in uno stato di rilassatezza, di disimpegno: è un disco stralunato, a volte anche divertente all’ascolto, ma non decolla. Qualcuno lo ha definito “Il Lulu del 2012″: definizione abbastanza azzeccata.


Marco Guazzone e Stag – L’altante dei pensieri. Giovane cantautore romano al debutto con la sua band, dopo essersi messo in luce a Sanremo Giovani 2012 con un brano qualitativamente sopra la media sanremese, Guasto, tanto da essere stato definito vincitore morale. Eppure questo non gli è bastato né per entrare nella Top 100 italiana e nemmeno per avere una pagina su Wikipedia. Testi di buon livello, ma una certa monotonia di fondo pervade troppo spesso l’ascolto: a mancare il disco è soprattutto grinta e mordente. Bene per le influenze british (il britpop alla Coldplay o il pop/rock alla Muse) ma fino ad un certo punto: si tratta pur sempre di sonorità di dieci anni fa. Comunque non lo perderò di vista, anzi, d’udito.

dEUS – Following Sea. Di loro conoscevo solo Pocket Revolution (2005), li ho riscoperti subito prima di vederli suonare a Villafranca. Hanno fatto dei dischi di certo validi (che però non mi hanno chissà che entusiasmato) ma tanto tempo fa; questo ultimo invece mi puzza di gruppo in piena fase calante, quando i fasti sono ormai lontani e quindi si tende a vivacchiare. Benino il singolo che apre l’album.


Goat – World Music. E dopo i cigni e il cervo, la capra: stando al sito rateyourmusic, di gruppi e artisti con questo appellativo ce ne sono almeno nove: questo è svedese e debutta con questo “World Music”, un potente concentrato di rock psichedelico, rumoroso e a tratti mistico, che suona allo stesso tempo retrò e moderno, da ascoltare con un paio di amplificatori come si deve. Il titolo si deve al tentativo, riuscito, di infilare in un genere occidentale e di altri tempi una spruzzatina di musica etnica. Figo, no?

Lascia un commento »

RSS feed for comments on this post. TrackBack URI

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Crea un sito o un blog gratuitamente presso WordPress.com.
Entries e commenti feeds.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: