2012 in musica. Seconda parte

2 gennaio 2013 alle 22:34 | Pubblicato su commenti, video | 1 commento
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Seconda parte delle mie considerazioni musicali dell’anno appena passato. Come nella prima parte, si inizia con l’eccezione.


Flaming Lips – Strobo Trip (2011). Può un EP durare sei ore e dieci minuti? Sì, può, grazie alla musica digitale. Il 2011 è stato l’anno in cui (forse) per la prima volta, è stato superato il limite del supporto fisico del disco: a compiere l’impresa o, sarebbe meglio dire, a scoprire l’uovo di Colombo sono stati gli americani Flaming Lips, ben noti anche per le loro strane uscite discografiche. Strobo Trip è composto di tre tracce: la prima e la terza “normali” (si fa per dire, 6.37 e 4 minuti di durata rispettivamente) ed una di esattamente trecentosessanta minuti. Me la sono ascoltata a pezzi mettendoci tre giorni: non è stata un’esperienza allucinogena come quella del recensore di OndaRock, ma una bella ed estenuante cavalcata nella storia della musica psichedelica dagli anni ’60 ai giorni nostri. Certo, il pezzo dopo 3-4 ore (!) cala di intensità e qualità, ma c’è comunque più musica qui dentro che in intere discografie di certi “artisti”. Da ascoltare almeno una volta nella vita, e se non vi basta nel frattempo è uscito pure il pezzo di ventiquattro ore.


Calibro 35 – Ogni riferimento a persone esistite o a fatti realmente accaduti è puramente casuale. Dietro il nome “Calibro 35” si cela un supergruppo di musicisti con esperienze di tutto rispetto in band della scena alternativa italiana. Con la loro terza uscita superano loro stessi nella missione di rispolverare il genere musicale delle colonne sonore dei film polizeschi italiani degli anni ’70. Un disco fresco e coinvolgente, suonato senza virtuosismi inutili e soprattutto con una classe che si riscontra di rado nel nostro paese. In scaletta anche due cover (Morricone e Piccioni), che però non fanno certo sfigurare il resto.

Sigur Rós – Valtari. I Sigur Ròs del 2012 per me saranno per sempre quelli del memorabile concerto di Villafranca di Verona del 2 settembre. Quella sera, in scaletta, hanno praticamente snobbato il loro ultimo disco. Quattro anni dopo della parziale svolta di “Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust”, disco probabilmente da rivalutare, i quattro islandesi tornano sonoricamente al passato, ma i risultati non sono all’altezza: “Valtari” è un disco stiracchiato più che lento, quasi un’unico pezzo di cinquanta minuti che, alla lunga, annoia. Potrà piacere soprattutto a chi non ha sentito gli altri dischi. Pazienza, a loro perdono questo ed altro.


Alt-J – An Awesome Wave. La rivelazione inglese del 2012, perlomeno per l’Italia dove, molto più spesso che nel resto del mondo, questo disco fa capolino nelle classifiche dei migliori album dell’anno. Di certo dare alla propria band il nome di una combinazione di tasti di un iMac è un metodo economico ed efficace di far parlare di sé. Al disco non mancano dei momenti validi nonostante la voce poco sopportabile del cantante, ma per il resto c’è molto piattume. Gruppo sopravvalutato: e dire che c’è chi già parta di “nuovi Radiohead” (non sapendo, probabilmente, che ai loro esordi i “vecchi Radiohead” furono snobbati).

Marlene Kuntz – Canzoni per un figlio. E fu così che Cristiano Godano andò a Sanremo. Con un pezzo che dà il titolo a questo album, e che rappresenta dignitosamente il sound dei Marlene degli ultimi anni. Il resto del disco è una raccolta tutt’altro che scontata di brani di repertorio riarrangiati della band cuneese, a formare una sorta di elegante concept-album. Promossi (per l’intera operazione sanremese, non solo per il disco).


Afterhours – Padania. L’ultimo lavoro dell’ormai storico gruppo di Manuel Agnelli. L’ho ascoltato più di una volta, ma quasi nulla è rimasto impresso nella memoria, trovandolo troppo lungo e confusionario. Magari un giorno lo riascolterò di nuovo e verrò a cambiare queste parole, ma ora come ora farei fatica a dargli 6 e mezzo. Sopravvalutato (a tal punto da prendersi la medaglia d’argento del migliore disco italiano dell’anno per Repubblica XL. Mah.)

Madonna – MDNA. Madonna, più che una cantante, è un fenomeno di costume. A lei va di certo dato atto di essersi costruita una carriera di durata ormai ultratrentennale, di aver fatto tendenza più che cavalcato le mode e di essere ancora piuttosto credibile a 54 anni. Sebbene sia stato lanciato da un’esibizione al SuperBowl (per quanto retorica, kitsch ed autoreferenziale), l’album ha deluso commercialmente le attese, che è poi quello che conta di più da queste parti. Ma anche qualitativamente parlando non ci siamo. Si tratta del secondo disco scadente di fila in una discografia che non ha avuto di certo picchi clamorosi ma nemmeno scivoloni inascoltabili. Album plasticoso e commerciale (o meglio, lo è di più del solito).


Voices From the Lake – Voices From the Lake. Ammettiamolo, chi li conosce Giuseppe Tillieci e Donato Scaramuzzi? Eppure il primo disco, eponimo, del loro progetto Voices From The Lake ha fatto la sua comparsa in alcuni “best of 2012” di autorevoli riviste musicali inglesi e americane: una ragione ci sarà, no? Non sono di certo un esperto del genere, ma mi sento di dire che siamo di fronte un lavoro che ha poco da invidiare a quelli di Aphex Twin e gli altri mostri sacri dell’ambient techno, se non l’anno di uscita.


Can – The Lost Tapes. Quello del krautrock è un mondo che meriterebbe, da parte del sottoscritto, maggiore approfondimento: che Spotify (o Grooveshark) ci aiuti. I Can sono una delle principali band di questo genere: the Lost Tapes, come dice il titolo stesso, è composto di materiale risalente ai primi anni ’70 riemerso per caso durante un riordino degli archivi. Certo, non è roba da cantare sotto la doccia o suonare in spiaggia, ma se questi sono gli scarti è ora passata di andare alle porte del cosmo che stanno su in Germania (citazione).

The Magnetic Fields – Love at the Bottom of the Sea. Più che in fondo al mare qui siamo in fondo al barile. L’album “69 Love Songs” era un’enciclopedia della musica pop/rock americana; qui invece siamo alla minestrina riscaldata. Qualche tentativo di fare qualcosa di buono c’è, ma i bei tempi ormai sono passati. Solo per veri fan.

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  1. […] inerzia, è finito per comparire in molte classifiche dei migliori dischi italiani del 2012 (vedi Afterhours, Padania). […]

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