Italy vs USA


Affinità e (soprattutto) divergenze tra indignados americani e indignados italiani.
ITALIA


1. La manifestazione. Gli organizzatori optano per un lungo corteo per le strade di Roma, con conclusione e dibattito-comizio in piazza San Giovanni in Laterano. Durante il percorso una parte nettamente minoritaria dei manifestanti si distacca optando per un percorso alternativo, non autorizzato. C’è chi si dà al vandalismo, colpendo filiali di banche, negozi o automobili parcheggiate, chi si scontra con le forze dell’ordine; uno addirittura si dà alla profanazione, entrando con la forza in una canonica e distruggendo, in strada, una statua della Madonna. A Piazza San Giovanni la situazione degenera: scene di guerriglia urbana, camionette dei Carabinieri bruciate. Ovviamente il comizio previsto salta. Danni per migliaia di euro.
2. Grancassa mediatica. La sera e i giorno seguenti le immagini delle devastazioni fanno il giro del mondo. La foto di “Er pelliccia” che lancia l’estintore a volto coperto diventa il simbolo della protesta. Indignazione, in diretta e in differita, dei manifestanti pacifici, dei cittadini di Roma, di chi apprende la notizia da TV e giornali. Condanna bipartisan della politica. Paragoni, più o meno sensati, col Sessantotto italiano. Le sacrosante motivazioni dei manifestanti pacifici finiscono per essere quasi del tutto ignorate.
3. I giorni successivi. I politici di destra dicono cose di destra e propongono soluzioni di destra, non si sa quanto efficaci. Su internet qualcuno si nasconde dietro al dito denunciando complottisticamente la presenza di poliziotti infiltrati tra i violenti. La condanna delle violenze non è unanime, anzi: queste non vengono giustificate solo in siti web di area antagonista; succede anche che il matematico impertinente già menzionato qui in passato, dal suo blog ospitato da Repubblica difende i violenti e “assolve” la profanazione della Madonna.
4. I protagonisti. I giovani fermati dalla polizia sono stereotipi viventi, a tal punto che sembrano usciti dal disco de I Cani: buona famiglia, universitario più o meno fuori corso, facoltà umanistica, frequentazione di centri sociali, kefiah, barba e/o capello lungo, madre che dice “Non è possibile, mio figlio è un bravo ragazzo”. Con un buon avvocato ed un pizzico di buonismo all’italiana hanno ottime probabilità di farla franca, e i danni verranno pagati dalla collettività già costretta a subire, suo malgrado, gli infausti effetti della crisi internazionale. Ovvero la motivazione iniziale della protesta. E il cerchio si chiude.

STATI UNITI


1. La manifestazione. Si tengono manifestazioni in varie città del paese, ma il copione più o meno è sempre lo stesso: gli organizzatori optano per trovarsi in un luogo prestabilito, e lo occupano sedendosi per terra. E in un luogo occupato da centinaia/migliaia di persone sedute, il violento di turno non può far altro che sedersi a sua volta o andarsene, perché se “esercitasse” la violenza verrebbe facilmente identificato e bloccato dalla polizia o dagli altri manifestanti.
I manifestanti, seduti, cantano o lanciano slogan. Ed “arredano” il luogo occupato con simboli o cartelloni in modo da sfruttare al meglio l’effetto mediatico. Alla fine arrivano le forze dell’ordine e sgomberano l’area con la forza. I manifestanti seduti vengono irrorati abbondantemente con spray urticante dalle forze dell’ordine, come neanche stessero pompando un vigneto (vedi sopra).
2. Grancassa mediatica. La sera e i giorno seguenti le immagini della manifestazione fanno il giro del mondo. La foto della ragazza colpita in piena faccia a volto scoperto da un getto di spray al peperoncino diventa il simbolo della protesta. Indignazione, in diretta e in differita, dei manifestanti, dei cittadini, di chi apprende la notizia da TV e giornali. Qualche imbarazzo nella politica, mentre a Washington un Premio Nobel per la Pace finge (per il momento) di non vedere. Paragoni, più o meno sensati, col Sessantotto americano. Le sacrosante motivazioni dei manifestanti pacifici vengono discusse e comprese da migliaia di persone in America e nel resto del mondo.
3. I giorni successivi. Che cosa succederà nei prossimi giorni è facile prevederlo: il movimento degli indignados negli Stati Uniti ne uscirà più forte, compatto e determinato. L’opinione pubblica americana si sta schierando dalla parte dei manifestanti, solidarizzando con loro o almeno comprendendone le ragioni. Questo in Italia non è accaduto, e dare la colpa di ciò ai media e a ciò che hanno mostrato sarebbe da miopi. Sarebbe invece forse il caso di fare un po’ di autocritica, di imparare dagli americani e di smettere di vivere nel passato: fare una manifestazione nel 2011 ragionando come se si fosse nel 1968 o nel 1977 è quantomeno autolesionistico.
4. I protagonisti. I protagonisti, in questo caso, sono difficilmente etichettabili: l’impressione generale è quella di assistere alla mobilitazione di una massa indistinta di persone. Gente che ha in comune forse solo la consapevolezza di navigare nella stessa barca, e di pagare una crisi che non ha causato. Gente che non ha più nulla da perdere, ma che protesta con intelligenza, senza scimmiottare un passato che, per fortuna, è passato.

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