Scuole paritarie per educare davvero


Padre Massimo Rocchi, 45 anni, giuseppino, poco più di un anno è direttore dell’istituto paritario “Brandolini-Rota” di Oderzo.

Un noto quotidiano nazionale la scorsa settimana titolava: “Per le scuole private i soldi si trovano: stanziamento sale da 150 a 245 milioni”. Come dire: lo Stato taglia dappertutto, ma per i preti i soldi ci sono sempre.

Intanto va detto che tutti i dati di qualunque fonte indicano che un allievo della scuola paritaria, in particolare di quella cattolica, costa mediamente allo stato la metà di quello di una scuola statale. Perché? Certamente perché nella scuola cattolica i contratti sono più bassi, ma anche perché c’è più attenzione alle risorse, agli sprechi, ai numeri. E’ chiaro che se da alcune parti la Gelmini esagera, da altre sta risanando situazioni che andavano risanate già da tempo. Inoltre, una cosa che i media sbagliano sempre, è che è tendenziosa, è l’uso del termine “privato”: la scuola paritaria è una scuola non statale, ma pubblica, non privata. E’ equiparata alle scuole statali in tutto e per tutto, eccetto che sul lato economico, così come avviene, in Europa, solo in Italia e Grecia. Per la sanità non è così: una persona può servirsi di una struttura non statale convenzionata pagando lo stesso ticket. Così una famiglia che manda i figli da noi paga due volte: le tasse per l’istruzione come tutti, e la retta. Negli anni scorsi si è spesso parlato di poter detrarre la retta dalle tasse, ma non se n’è mai fatto nulla. C’è solo il buono scuola regionale, una sorta di rimborso delle rette proporzionato al reddito, che però c’è solo in alcune regioni, tra cui il Veneto.

Quindi questi soldi dello stato a chi vanno?

Quando si parla di “soldi dati alla scuola privata”, si tratta di materne od elementari, che a volte ricevono dei fondi. Per le scuole successive non esiste alcuna forma di sovvenzione diretta da parte dello stato. Attualmente stanno facendo grossi tagli, ed è per questo che la FISM sta insorgendo, specie qui in Veneto dove molti asili sono parrocchiali. E se le parrocchie non ce la fanno più, chi si accolla la spesa? Lo stato, i comuni, i servizi sociali, che già sta tagliando. Quindi non solo lo stato non finanzia la scuola cattolica, ma ne trae un vantaggio dalla sua esistenza. Gli articoli sui giornali e le manifestazioni sono ideologiche, perché non guardano i fatti.

E così le cattoliche diventano “scuole per benestanti”, tradendo le motivazioni per cui erano nate…

Qual è il compito della scuola? Dovrebbe educare. Può una scuola educare se non ha chiare le sue finalità educative, se non c’è una visione dell’uomo riconosciuta? Mi chiedo se la scuola statale può ancora  educare, per esempio sul valore della vita, oggi così dibattuto: quello che la scuola cattolica fa e ha sempre fatto è tentare di educare le nuove generazioni, e non solo istruire. Prendiamo l’educazione all’affettività: andiamo a vedere cosa pubblica su internet l’ASL di Oderzo. Abbiamo rinunciato ad educare i giovani, tanto non ci si riesce, i problemi sono grossi, c’è internet, i film, la società, il mondo eccetera che ti buttano lì le cose dunque lasciamo perdere. Noi cristiani possiamo permettere questo? In una scuola come la nostra si affrontano i temi in un certo modo, poi i ragazzi sceglieranno in coscienza. Ti chiedo: chi ha la responsabilità primaria dell’educazione dei figli?

I genitori?

La famiglia. E se io genitore ritengo che quella scuola non educhi i miei figli? Cosa devo fare? Devo pagare. Questo è un attentato alla libertà. Le famiglie non hanno la libertà di scegliere un ambiente educativo scolastico per i propri figli, perché se non ho i soldi sono obbligato a scegliere la scuola che c’è: si parla tanto di libertà, e poi non c’è la liberta di scegliere su una cosa basilare come l’educazione dei figli. Può andare alla scuola cattolica solo chi paga: è una discriminazione. Pago, sono trattato bene, sono in un ambiente privilegiato: questo non è quello che vuole la scuola cattolica, questo è quello a cui ci hanno costretto. Fino agli anni ’80 questo era un collegio frequentato anche da gente che veniva da lontano, senza famiglia. Adesso? Lo stato ci discrimina, cosa facciamo, lasciamo perdere? Rinunciamo? No, conduciamo la nostra battaglia.

Qual è in particolare la situazione del Brandolini?

Noi non siamo certo in crisi: in crisi sono le scuole piccole, settoriali. I grossi istituti come il nostro se la cavano ancora, potendo centralizzare le forze. Ad occhio posso dire che un terzo delle famiglie dei nostri allievi è certamente benestante, un terzo appartiene al ceto medio con due stipendi o uno stipendio grosso,  e un terzo sono famiglie che fa sacrifici, che rinuncia alla vacanza dispendiosa o ad altre spese per mettere i loro figli in un ambiente che trasmette valori: un investimento sul futuro dei loro figli, dunque. A chi dice che siamo una scuola per ricchi ricordo poi che abbiamo la formazione professionale, frequentata anche da tanti stranieri, peraltro senza alcun problema di integrazione. Non voglio dire che siamo perfetti, ma conosciamo tutti i ragazzi per nome, interveniamo se qualcuno fa fatica. E li controlliamo: ma nell’educazione il controllo non è un qualcosa di negativo. Altrimenti capitano disguidi, come già succede, vedi certe bande di ragazzini che nei nostri paesi girano a fare atti vandalici. D’oggigiorno il problema educativo è molto serio.

E per quanto riguarda in specifico la vita di fede?

Facciamo la preghiera del mattino, nelle classi delle superiori si legge in Vangelo del giorno con riflessione, e i ragazzi lo fanno volentieri. Dibattiamo argomenti sociali in classe, organizziamo incontri e feste con le famiglie, riempiamo il Duomo con la messa di inizio anno, facciamo le confessioni quattro volte l’anno: nessuno li obbliga, alle superiori partecipa il 70% degli studenti. Quale parrocchia confessa 140 adolescenti? Dobbiamo riflettere, l’ho fatto anche col vescovo, che oggigiorno solo la scuola cattolica, oltre agli oratori, porta avanti l’educazione cristiana.

E le parrocchie?

Tutto questo non vuole sostituirsi alla vita di parrocchia, ma dev’essere complementare ad essa. Con certi parroci della zona dialoghiamo moltissimo, i nostri animatori portano in parrocchia ciò che imparano qui, non c’è conflittualità. E si può fare ancora di più, visto che ancora raramente veniamo chiamati a parlare ai giovani. Tra i parroci c’è chi auspica che il Brandolini diventi un centro culturale cristiano per la Chiesa locale: mi sembra una visione molto moderna della scuola cattolica.

Versione integrale dell’intervista pubblicata ne L’Azione, domenica 28 novembre 2010

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