Il legno scricchiola


Tra la provincia di Treviso e Pordenone è localizzato il maggior distretto del mobile-arredamento d’Europa, se non addirittura del mondo. Interessa più di venticinque comuni nel Trevigiano nella sinistra Piave, con trentamila addetti e 2500 imprese, e una decina nel pordenonese, nella comprensorio di Sacile, con circa quindicimila addetti.
Ma dopo anni di “vacche grasse” il settore ora è in difficoltà. Ne parliamo con Rolando Feltrin della segreteria provinciale Fillea-CGIL.
«E’ evidente che il settore è coinvolto nella crisi globale che affligge i paesi europei e non solo» dice Feltrin. «D’altro canto non poteva essere diversamente. Le prime avvisaglie si sono avvertite a settembre, anche se i primi segnali si erano presentati già a luglio.
Attualmente quanti cassa integrati contiamo nel settore?
«Tra settembre e dicembre 2008 sono circa 1500 sui 45000 totali. Fino a qualche anno fa abbiamo avuto dei cassa integrati soltanto in casi eccezionali, e solo per problemi di mal gestione dell’azienda».
Ascoltando la gente, sembra che questa o quella fabbrica sia in difficoltà o rischi addirittura di chiudere…
«Io in queste settimane ne ho sentite tante, ma non do credito a queste voci finché non vedo risultati certi. Si sentiva di aziende che avrebbero dovuto chiudere tre-quattro mesi fa ed invece ci sono ancora».
Chi maggiormente sta pagando la situazione?
«Le prime ad essere coinvolte sono le imprese contoterziste, le quali non hanno un mercato proprio di clienti da fornire ma producono per aziende più grandi che hanno i clienti: se l’azienda grossa non dà lavoro alla piccola, quest’ultima va in difficoltà. Anche le aziende grosse comunque hanno ridotto le vendite, perché in questo momento vengono a mancare proprio le vendite dei prodotti medio-bassi: la gente non ha soldi da spendere, e se ha la camera da cambiare aspetta. I grandi gruppi hanno ridotto le ore straordinarie ma tengono perché hanno i mercati ed i clienti».
La chiave quindi è il mercato?
«Certo. Chi vende all’estero soffre meno. L’export è ancora ricettivo, pur con delle difficoltà, e le previsioni per il 2009 non sono buone. Più le aziende diversificano la clientela e più reggono: se non c’è richiesta in Brasile si va in Russia, altrimenti negli Emirati Arabi e così via. Ma non solo: ancora una volta vengono premiate le imprese che in passato hanno investito anche in innovazione tecnologica e del prodotto. Abbiamo sempre detto che le imprese devono investire in innovazione continuamente, e questo si fa quanto le cose vanno bene, così quando le cose van male la tecnologia ti permette di ridurre i costi e il prezzo del prodotto finale. E di esternalizzare ai terzisti parte della produzione, a seconda delle necessità. Lo sviluppo tecnologico del prodotto invece invoglia il cliente all’acquisto, come accade nel settore automobili».
Questa crisi è dovuta solo alla situazione globale o forse anche il “modello nord-est” non funziona più?
«La crisi è dovuta soprattutto ad un calo di richiesta del prodotto. E chi fino a qualche anno fa si salvava con l’export, ora sta meglio degli altri ma fa più fatica, perché anche i mercati inglesi, tedeschi e francesi sono fermi, e lo spagnolo in calo. In particolare qui da noi una volta bastava “far tochi”, oggi non più. Bisogna trovare forme di raggruppamento; si mantiene l’identità delle aziende ma all’interno di un gruppo, per fare investimenti, cercare mercati e avere voce a livello internazionale. Da noi questa mentalità ancora manca. Ed è ancora poco sviluppata una scelta di fondo importante per il futuro delle imprese, ovvero la formazione continua dei lavoratori, partendo dai livelli più bassi. Si ha vera innovazione non solo con macchinari nuovi ma anche con persone aggiornate. E’ l’uomo, la donna, con le sue capacità, è la risorsa principale dell’impresa. Una volta bastava aggiornarsi ogni dieci anni, oggi bisogna farlo ogni due».
Fa strano sentire un sindacalista dire queste cose…
«Forse perché il sindacato viene visto come quello che contesta e fa le barricate. Ma quando si dice di no bisogna anche proporre».
E cosa proponete voi?
«Chiediamo di usare le altre forme di ammortizzamento sociale prima di ricorrere alla cassa integrazione o al licenziamento, come i permessi e le riduzioni dell’orario di lavoro. Chiederemo un incontro con gli imprenditori del settore in quanto è necessario aprire un tavolo per analizzare la situazione; occorrerà coinvolgere la Provincia per mettere in atto tutto ciò che è possibile sul versante della formazione dei lavoratori interessati alla crisi e la loro eventuale riqualificazione, ed infine la Regione, affinché siano sempre garantite le risorse necessarie per mantenere questi ammortizzatori sociali. Perché se una persona senza lavoro non solo non tira avanti, ma non compra, e quindi ha meno entrate anche il negozio di alimentari e di abbigliamento. E’ tutto un tessuto sociale che si impoverisce.
Gli imprenditori devono puntare anche sul Made in Italy, sulla tracciabilità del prodotto, sulla qualità certificata. Insomma sulla buona reputazione del design italiano nel mondo».
Quanto andrà avanti questa situazione?
«Adesso siamo all’inizio. Il 2009 sarà molto difficile, perché non è un settore che soffre ma tutto il sistema economico-produttivo. La crisi è mondiale. Bisognerà tener duro; penso che ci saranno delle riorganizzazioni all’interno dei settori, che dovranno essere gestite al meglio».

L’Azione, Domenica 16 novembre 2008
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