La Genesi oltre il catechismo


Mercoledì primo ottobre nel teatro parrocchiale di Sernaglia della Battaglia è terminata la prima parte del corso di formazione per catechisti foraniale, ovvero l’introduzione al libro della Genesi condotta da don Renato De Zan.
Don Renato, pordenonese, ha una storia particolare: cresciuto ateo, si è convertito al cattolicesimo dopo i vent’anni; a questa conversione sicuramente ha contribuito la lettura in greco del Nuovo Testamento per gli esami di maturità. Oggi è sacerdote della diocesi di Pordenone, professore universitario a Roma e Padova, nonché biblista di fama nazionale che ha contribuito alla nuova traduzione della Bibbia. Senza poter essere totalmente esaustivo, visti i tempi stretti, ha disquisito in sei serate sul primo libro della Bibbia, in modo assai efficace vista la sua capacità di spiegare concetti spesso difficili in modo comprensibile e senza essere pesante.
Le prime tre serate hanno riguardato la cosiddetta “preistoria dell’Alleanza”, ovvero gli “antenati” di Abramo. Iniziando dai due racconti della creazione, spesso e volentieri bistrattati nelle nostre scuole in quanto contrasterebbero con le scoperte scientifiche: una posizione questa efficacemente respinta da don Renato, mostrando come la Genesi non intenda spiegare come è nato il mondo, ma il suo significato, e non segue le leggi della scienza, bensì costruzioni lessicali tipici della poesia orientale. E’ per questo che la polemica dei darwinisti con i credenti parte da presupposti inconsistenti.
E così come Adamo ed Eva sono simboli e non personaggi reali, lo sono anche i loro discendenti fino al racconto del diluvio. Le storie di Adamo, Caino, Lamech rappresentano la risposta ebraica, in linguaggio mitico, al problema del male nel mondo e, come ha affermato don Renato, «sono riproposte ogni giorno nei quotidiani sotto altre forme», a dimostrazione di quanto sia universale e senza tempo il loro messaggio.
Il biblista ha voluto mostrare la ricchezza di contenuti di questi racconti che, nelle traduzioni, viene in parte compromessa per l’impossibilità di riportare nella nostra lingua concetti espressi da una mentalità e una lingua lontanissima dalla nostra: la complementarietà tra uomo e donna, una visione moralmente positiva della sessualità, la condanna della pena di morte e il fatto, non così scontato come sembra, che si possono risolvere le controversie senza ricorrere alla violenza: questo infatti accade quanto la superbia dell’uomo lo spinge a non considerare nulla al di sopra di sé stesso.
Certo, si può rimanere disorientati scoprendo che l’immagine di Maria col serpente sotto il calcagno è figlia di un un’errata interpretazione del greco. O che gli esodi degli Ebrei in Egitto sono stati almeno cinque. O ancora che il figlio di Abramo e Isacco non erano la stessa persona, così come non lo erano Giacobbe e Israele: erano quattro capostipiti di altrettanti clan che, una volta riuniti nell’unico popolo ebraico, hanno fuso le rispettive genealogie e tradizioni orali. I filologi come De Zan vogliono quindi demolire la Bibbia? Tutt’altro: sono studiosi che, attraverso l’analisi dei testi sacri in lingua originale vogliono recuperarne il significato autentico e pieno, in quanto una volta tradotti ne escono inevitabilmente impoveriti. Ed è grazie ai loro studi se oggi la storicità di certi personaggi biblici è sicura, in quanto il modo di fare di questi ultimi riflette antichi usi e costumi che chi scrisse la Genesi secoli dopo non poteva conoscere, ma che noi conosciamo grazie all’archeologia. Se ancora il lettore è perplesso, sappi che le affermazioni “controverse” di De Zan trovano conferma, per esempio, nelle note della Bibbia di Gerusalemme.
Ciò che al credente importa di questi personaggi non è quindi il loro albero genealogico o il contesto dove vivono, ma il loro esempio di credenti: la fede incrollabile di Abramo, la “furbizia” di Giacobbe, la capacità di Giuseppe di leggere la propria storia con gli occhi della fede. I tre sono stati analizzati nelle ultime tre serate.
L’obbiettivo del corso, di certo raggiunto, è stato aiutare i 180 presenti ad avvicinarsi più coscientemente a questi testi, senza fraintenderne il significato. Anche perché, in un’epoca di incontro (e scontro) con altre religioni, e in cui tanti criticano la Bibbia senza avere le competenze per farlo, il cristiano consapevole non può più accontentarsi delle semplici nozioni imparate a catechismo.

L’Azione, Domenica 5 ottobre 2008
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