«Senza i media al-Qaeda non esiste»


L’analista Antoine Sfeir: «Se sparisse dalle tv, diventerebbe una creatura virtuale. Manca di sostegno popolare»
  « Al-Qaeda ha perso il con­senso popolare. In verità, non l’ha mai avuto» . Lo sostiene Antoine Sfeir, direttore di Cahiers de l’Orient e del Centre d’études et de réflexions sur le Proche-Orient.
 Ad ogni anniversario del’11 settembre vediamo puntualmente spuntare Ay­man al-Zawahiri o altri leader di al-Qae­da. Qual è l’importanza che l’organiz­zazione dà al “jihad mediatico”?
 È essenziale. Queste apparizioni rap­presentano tutta la portata simbolica che al-Qaeda predilige. Se al-Qaeda dovesse scomparire dai mass media, automati­camente tutto il simbolo del terrore ri­schia di scomparire con essa. Divente­rebbe una sorta di creatura virtuale, co­sa che al-Qaeda non può permettersi. Il messaggio è mlto chiaro: malgrado tut­ti i controlli sull’informazione da parte dell’Occidente, ecco che siamo ancora presenti.
 Si può quindi affermare che al-Qaeda ha vinto la guerra psicologica, ma che ha perso quella militare?
  Penso che al-Qaeda non abbia vinto né l’una né l’altra. Al-Qaeda ha perso la sua stessa essenza che è quella di mobilita­re, nel senso che non esiste più oggi un reclutamento di massa nell’organizza­zione. Ci sono semmai dei ventenni che si infervorano per le azioni di suicidio, non un movimento popolare se si esclu­de forse il caso dell’Afghanistan per dei motivi oggettivi dovuti ai bombarda­menti di massa che colpiscono spesso i civili.
 Anche in Algeria si assiste a una recru­descenza degli attentati suicidi ad ope­ra di al-Qaeda nel Maghreb…
 Non esiste dietro un sostegno popolare. Chiedetelo agli algerini che vivono non solo nelle città ma anche in campagna: c’è un rigetto perché al­Qaeda attacca anche i vil­laggi e ricatta i contadini. È vero, gli attentati kamikaze si sono moltiplicati, ma questo è dovuto al fatto che al-Qaeda locale assomiglia a un esercito stalinista do­ve si muore per il capo, per la causa, e nient’altro.
 Quanta presa reale ha, a questo punto, al- Qaeda nelle società islamiche?
 Poca. Non è ha mai avuta tanta, d’al­tronde. Tra le popolazioni islamiche c’è stato un momento di esaltazione e di vendetta a ridosso dell’11 settembre a causa delle umiliazioni subite. Se pren­diamo per esempio il caso dell’Egitto, notiamo oggi il rigetto popolare per le i­deologie terroristiche. Il Paese conta, d’altronde, due milioni di famiglie che vivono del turismo.
 Rimane certo che il presidente ameri­cano si appresta a lasciare la Casa Bian­ca mentre Benladen gira ancora libero…
 Questo era assodato. Gli Stati Uniti han­no decretato la guerra contro il terrori­smo il 7 ottobre 2001 in Afghanistan, ma non hanno mai detto dove si svolge que­sta guerra, da intendere su tutto il pia­neta, e soprattutto quando sarebbe ter­minata. Nei due casi Bush ha opposto al terrorismo solo una soluzione militare. E questa non è sufficiente. Ci vuole an­che una risposta politica.
 Gli Usa annunciano il ritiro di contin­genti dall’Iraq, ma l’invio di altri in Af­ghanistan. Come si spiegano queste mosse opposte?
 Dipende sempre dagli inte­ressi americani. Gli svilup­pi politici in Iraq hanno portato al rafforzamento del governo di Baghdad e al conseguente indebolimen­to dei gruppi affiliati o vici­ni ad al-Qaeda. In Afghani­stan, invece, si tratta di una vera guerra e la guerra esi­ge che ci siano più combat­tenti.
  Nel suo video Zawahiri at­tacca severamente l’Iran e gli sciiti in ge­nerale.  Cosa significa?
 Al-Qaeda considera come propri nemi­ci sia i cosiddetti crociati sia gli sciiti. Zawahiri se la prende nel suo messaggio anche con l’Hezbollah. D’altra parte se al-Qaeda non ha potuto mettere piede nel Sud del Libano è grazie alla presen­za sciita.
Camille Eid, Avvenire, 10 settembre 2008
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