Altri tempi


Mennea : «Il business oggi corre più forte di tutti»

La vita di Pietro Mennea, va più veloce di quando correva i 200 metri al tempo record di 19’’72. Lo incontriamo nella trasmissione “Non solo sport” della Radio Vaticana, condotta da Luca Collodi, e la sen- sazione è sempre la stessa. Nessuno può star dietro al miglior atleta italiano di tutti i tempi: 5 olimpiadi, 2 primati mondiali, 8 europei, 33 nazionali. Quando ha tirato un attimo il fiato l’avvocato Mennea ha scritto una decina di libri (l’ultimo 19’’72. Record di un atro tempo) si è preso quattro lauree e una carica da eurodeputato. A 56 anni continua a correre per il rispetto dei diritti umani, inseguendo sempre la verità. «Si chiamava “50 lire per la verità” la campagna che nel ’96 feci in favore delle famiglie delle vittime di Ustica. Raccogliemmo diversi milioni sa…».
Via con il gioco della verità allora: che cos’è Pechino 2008?
«I Giochi più politicizzata della storia dopo Berlino ’36. Anche se da De Coubertin a Rogge, chiunque si sia occupato di Olimpiadi inevitabilmente si è trovato a fare politica».
È il Cio, dunque, la vera Onu?
«Il Cio è composto dalla stessa gente che sta lì da cinquant’anni. È una struttura obsoleta che si comporta come un associazione di impresa, senza poi sobbarcarsi il vero rischio d’impresa che ricade tutto sul Paese organizzatore dei Giochi e di conseguenza sul povero cittadino».
I Giochi portano al crac?
«Monaco e il Canada hanno finito di pagare i debiti delle rispettive Olimpiadi nel 2005. A noi servirà ancora molto tempo per smaltire i Giochi Invernali di Torino 2006…».
Che idea si è fatto della Cina?
«La stessa che dovette avere Napoleone quando, nel 1816, lesse il resoconto dell’ambasciatore inglese che scriveva: “Quando la Cina si sveglierà, il mondo dovrà tremare…”. Dopo due secoli la profezia si è avverata. Il problema sono le modalità adottate da un Paese che si sta facendo largo con la corruzione, con il sopruso dei diritti umani e la violenza nei confronti delle minoranze etniche di Tibet e Darfur».
E pensare che stiamo parlando del maggior Paese emergente…
«La Cina non è solo una potenza militare ed economica, ma vanta una scuola sportiva di primo livello, che è destinata a vincere il confronto con gli americani già adesso».
È dalla vigilia che si parla soltanto di record da battere.
«Ma finora pare che interessino solo i primati al di fuori delle gare: tipo i 40 miliardi di euro sborsati per organizzare i Giochi. Inutile, sul gradino più alto del podio ormai c’è solo il business».
È la prima legge dello sport moderno?
«Lo è diventata. Nello sport della mia generazione il fattore economico non era così preponderante. Oggi le finali si fanno al mattino perché la Nbc nella grande asta mediatica ha offerto più soldi di tutti per mostrarle ai suoi milioni di telespettatori».
Uno sport dominato dalle tv e sempre più ostaggio del doping.
«Il Cio si comporta come un’impresa e gli atleti sono ostaggi di doping e della tv.  La speranza dell’atletica in Italia si chiama solo Howe»
«Io ero vittima del doping dei due blocchi: quello dei Paesi dell’Est e di quelli liberali, con l’America che, ieri come oggi, la fa da leader. Ora però il fenomeno è globale dall’Occidente fino alla Cina dove addirittura ricorrono anche alle piante asiatiche dalle speciali molecole dopanti…».
Lei nella lotta al doping è da sempre in prima linea.
«Ho scritto tre libri sull’argomento. Giro l’Italia con i giudici Imposimato e Guariniello con i quali andiamo a testimoniare che il doping è una piaga sociale: prima di ledere l’immagine e la credibilità dello sport distrugge la salute dell’atleta che spesso poi deve fare i conti con malattie mortali, se non con la morte stessa…».
Una sfida che sente di poter vincere?
«Al punto in cui siamo il doping è quasi impossibile da battere, possiamo solo assestargli qualche spallata, rendergli il percorso più difficile, ma per debellarlo c’è da fare una corsa sovrumana».
Proviamo a tornare su una pista di atletica. Perché dopo Mennea non si è più visto un italiano in una finale dei 100 e 200 metri?
«Perché abbiamo dilapidato un patrimonio fatto di conoscenze teoriche che si concretizzavano sul campo. Si è voluto rompere con la tradizione. I campioni di ieri vengono chiamati al massimo per i convegni, ma non sono parte integrante di un movimento che è orfano di gente con la testa».
Ma c’è almeno una speranza nell’atletica azzurra?
«Andrew Howe, è destinato a incidere sull’atletica italiana dei prossimi dieci anni, ma va gestito bene, con intelligenza. Meno spot e più attenzione alla disciplina. Non si possono fare gli esperimenti a due mesi delle Olimpiadi sui 200 m. quando deve andare a Pechino per tentare di vincere una medaglia nel salto in lungo. È assurdo…».
Problemi di gestione dunque, più che carenza di campioni.
«Mancano tecnici e scuole all’altezza. Poi però, come per miracolo il talento viene sempre fuori, come nel caso della Vezzali o della squadra di nuoto. Ma di tutto questo sia chiaro che il nostro “Governo dello sport” non ha nessun merito».
Fa male dunque il Coni a sbandierare i titoli e le medaglie vinte ogni quattro anni?
«Il Coni è un “elefante” con migliaia di persone che non si sa bene cosa fanno, quando servirebbe una organizzazione più snella che dovrebbe essere supportata da un Ministero dello sport più attento alla crescita delle attività agonistiche di base. Ricordiamoci sempre che nelle nostre scuole l’Educazione fisica è praticamente assente».
Il suo modello di atleta attuale?
«Phelps, un gigante. Fa quello che facevo anche io, si allena pure il giorno di Natale».
Possibile vedere un Mennea tedoforo in un’ipotetica Olimpiade italiana?
«Dubito, si sono lamentati anche quando feci il portabandiera. Non siamo pronti culturalmente per i Giochi. Noi non diamo la possibilità di mettere in luce l’enorme potenziale che abbiamo. Questo è il grande problema dell’Italia e non solo nello sport».
Lasciamoci almeno con un sprint d’ottimismo olimpico.
«Alla fine conteranno sempre e solo gli atleti, loro sono gli attori protagonisti, unici e insostituibili».

Massimiliano Castellani, Avvenire, 15 agosto 2008
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