A colloquio con i Japanese Apartment


I Japanese Apartment rappresentano uno dei rarissimi esempi di musica alternativa prodotti dalla nostra zona. Un gruppo giovane, nato nel 2006, ma che può già vantare una semifinale di Arezzo Wave e musicisti non certo di primo pelo. E’ nato infatti dalle ceneri dei Wetfinger Operation, band che in appena due anni di attività (2003-2005) riuscì a togliersi soddisfazioni come vedere il proprio demo premiato dalla rivista Rumore, essere recensiti da importanti testate di settore e raggiungere le finali romane di un concorso nazionale, per poi sciogliersi a causa delle divergenze tra i musicisti.

La loro musica presenta certe sonorità tipiche della new wave di lingua inglese e dell’elettronica europea continentale; non ha subito pesanti sterzate rispetto a quella del vecchio gruppo, anche se ora sono le tastiere ed il mitico minimoog a fare da padroni. Gli mp3 del loro primo EP si possono scaricare gratuitamente visitando il sito www.japaneseapartment.com.

Il gruppo è attualmente composto da Elia Trevisan, di Cessalto, vocalist e trombettista, il bassista Simone Fornasier di Fossalta Maggiore, e i due chitarristi/tastieristi Marco Andreetta di San Polo di Piave e Matteo Pezzutto di San Vincenzo di Oderzo. A quest’ultimo facciamo qualche domanda.

Dei cinque componenti del nuovo gruppo, quattro suonavano nei Wetfinger. Il quinto, Fornasier, è fratello dell’altro ex componente.  Questo come si spiega?
«Non è stata una cosa “voluta”, ma il feeling che c’è tra noi è stato più forte delle vecchie divisioni. Personalmente ritengo gli altri membri della band i migliori musicisti che ci sono in giro, quindi è stato automatico: poi avevamo tutti la stessa idea e la stessa voglia di “musica”… era impossibile non fare qualcosa insieme. Ora però siamo rimasti in quattro: il batterista Douglas, che è di Mestre, ha dovuto mollare per i troppi km che ci dividono. Nel frattempo abbiamo deciso di rendere il nostro set up quasi completamente elettronico: niente più chitarre elettriche e batteria, solo sintetizzatori e computer più voce, basso elettrico e chitarra acustica».

Perchè questo nome, ovvero “appartamento giapponese”?
«Volevamo un nome che comunicasse “intimità”, ma allo stesso tempo “curiosità”. Qualcosa di lontano e vicino allo stesso tempo».

Le sonorità del gruppo sono cambiate, ma la critica musicale continua ad avvicinarvi ai grandi gruppi della new wave americana ed inglese come i Joy Division… vi identificate con questi paragoni?
«Il paragone con i Joy Division è d’obbligo poiché il timbro vocale di Elia si avvicina molto a quello di Ian Curtis; musicalmente però ci sentiamo più vicini ad altre realtà, in particolare all’elettronica: i Kraftwerk, ma anche l’attuale scena svedese e francese.

Vi è mai venuta l’idea di cantare in italiano?
«A volte ci pensiamo… sarebbe più facile! il nostro obiettivo è suonare in Europa, quindi per ora non se ne parla: l’inglese è d’obbligo».

Ai tempi dei Wetfinger dicevi che il vostro problema principale è conciliare lavoro, prove e…  morosa. E oggi?
«Oggi le cose sono molte cambiate. Suonare musica elettronica ci permette di lavorare parecchio da casa e di ottimizzare quindi il tempo in sala prove».

La scelta di suonare musica vostra e di un genere non propriamente popolare vi penalizza? In che genere di posti suonate di solito?
«Generalmente suoniamo in club, ma da queste parti non è facile. Manca infatti la cultura della musica underground, anche se di recente ho visto parecchi passi avanti, specialmente in provincia di Vicenza. Speriamo che anche a Treviso la gente inizi a vedere oltre il proprio naso. Qui funzionano le cover band perchè nessuno ha voglia di rischiare, in primis i gestori dei locali. E poi la gente sembra attratta da quello che fa il gregge, invece di pensare con la propria testa.

A quando il primo disco?
«Abbiamo deciso insieme di non pubblicare nulla di ufficiale, al massimo per una qualche etichetta indipendente europea. Ma non si può mai dire…»

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