Il prof del Jazz


Nella foto Malaguti è il primo a sinistra

A Fontanelle dimora uno dei maggiori jazzisti italiani: stiamo parlando di Lanfranco Malaguti, Bolognese di origine, è nato e ha vissuto a Roma fino alla laurea. Vincitore del premio “Top Jazz” 1989 categoria “miglior talento”, può vantare perfino una citazione sulla Treccani, insieme a solo altri due italiani, ovvero Franco Cerri e Carlo Pes, oggi entrambi ottantenni. Ha al suo attivo una ventina di album incisi da solista o in gruppo, e numerose collaborazioni con jazzisti italiani ed internazionali, nonché con musicisti di ambiti diversi come Ares Tavolazzi, che suonava negli Area di Demetrio Stratos, e John De Leo, ex voce dei Quintorigo, a Sanremo nel 1999 e 2001. Uno che ha voluto sperimentare anche nell’altra sua attività, quella di professore di matematica alle medie di Fontanelle, terminata da qualche mese.


Partiamo dalle origini della sua passione per il jazz.

«E’ stata Roma a darmi i primi stimoli a suonare. A vent’anni come tutti suonavo rock e ascoltavo Beatles e Rolling Stones: pensavo che imparando a suonare secondo quella logica sarei stato già a livelli alti, poi dopo improvvisamente capita di andare ad un concerto jazz, vedere uno ventimila anni luce più avanti e andare in crisi… Era un genere decisamente meno ascoltato ma strutturalmente più difficile ed esteticamente più valido. Così ho cominciato, in un clima di “nonnismo musicale” dove più vecchi ti mostravano brutalmente di essere molto più bravi di te. In questo modo chi aveva orgoglio andava avanti».

Com’è stato ritrovarsi in Veneto?
«A Roma ero abbastanza conosciuto, mi sono formato grazie a grandi professionisti come Armando Trovajoli o Nunzio Rotondo che lavoravano alla RAI o in radio, e la sera suonavano jazz nei locali. Nel 1978 mi sono trasferito qui, per lavoro: volevo essere docente di ruolo, e vivere vicino alle Dolomiti. Inizialmente come jazzista mi sono sentito un pesce fuor d’acqua; ma a sorpresa qui ho trovato musicisti notevoli, come Bruno Cesselli di Azzano Decimo che era il centro di attrazione dei musicisti locali, e così ho messo su un gruppo con lui».

Qui da noi il jazz, così come tutti i generi non “popolari”, hanno pochi interpreti e ascoltatori…
«In realtà, potenzialmente il più grande compositore della storia della musica potrebbe nascere anche a Fontanelle, l’importante è che poi trovi gli stimoli giusti. Per quanto riguarda la musica moderna l’Italia non ha avuto grandi interpreti al di fuori del melodramma: i nostri geni si sono formati artisticamente altrove. Senza contare che la struttura pubblica è completamente assente, se non a livello di certe poche grandi orchestre, dove però i tagli sono all’ordine del giorno essendo sotto la voce cultura. In Francia, per esempio, è diverso».

E’ solo una questione di trovare l’ambiente giusto, quindi?
«Non solo. Il jazz in particolare è difficile da imparare. Dei ragazzi che iniziano non possono pensare di formare un gruppo dopo un anno. Tecnicamente infatti richiede una capacità notevole, al livello della classica se non di più visto che è molto improvvisata. Si seguono dei canovacci, ma occorre avere una padronanza dello strumento totale».

Le cose non sono migliorate negli ultimi anni?
«Ai miei tempi era molto difficile che qui si formassero musicisti, ma oggi è diverso, in questo clima da “villaggio globale”. Infatti ce ne sono di musicisti in provincia di Treviso. Per il resto oggi si dice che si parla di più di jazz ma di fatto non è vero. In televisione non si vede».

Per avere un’idea della diffusione, quanto vende un musicista jazz in termini di dischi?
«E’ una cifra difficile da stabilire, e varia molto da musicista a musicista. Gli americani vendono di più, in quanto hanno un mercato più ampio e le persone che si avvicinano al jazz chiaramente comprano dischi di nomi famosi. In Italia qualcuno noto a livello nazionale vende un po’ di più degli altri, anche all’estero. Io sono tra quelli che vende meno perché già il jazz è un genere di nicchia; il mio lo è ancora di più perché è molto sperimentale, una musica che sta a metà tra la voglia di esprimermi in termini estetici, di cercare il bello, e il desiderio di sviscerare le possibilità della chitarra. I miei dischi credo siano stati acquistati solo da chitarristi, e sono anche difficili da trovare qui in zona. Qualche anno fa ne vidi un paio, piuttosto impolverati, in un negozio a Conegliano».

Vedo che tra i suoi dischi ce n’è anche uno di canzoni dei Beatles
«Allora, era il 1989, suonavo in un trio che fu tra i primi a trattare temi diversi dagli standard del jazz. Quello è stato forse il mio disco di più successo: era appunto una novità in ambito jazzistico e inoltre conteneva dei pezzi famosi. Oggi invece è una tendenza piuttosto diffusa».

Di solito però si pensa che suonare pezzi di altri significa mancanza di ispirazione.
«Nel jazz è diverso. Spesso i grandi jazzisti del passato non hanno fatto altro che rielaborare sempre gli stessi temi: così si fa per dimostrare il proprio talento, e i veri intenditori vogliono sentire come il musicista riesce a muoversi su piattaforme note. Anche la mia tendenza è sempre stata quella di rielaborare, ho inciso solo tre dischi di mie composizioni».

Di solito in che genere di posti suona qui nei dintorni?

«In genere in teatri; spesso mi chiamano al Dina Orsi a Conegliano, ma quest’estate sono stato per esempio a Villa Foscarini a Gorgo. Ora però non disdegnerei di proporre la mia musica anche a pubblici più ristretti, in locali come i pub. Ultimamente però di concerti ne ho fatti pochi, ma ora che sono in pensione devo organizzarmi per farne ancora e farne più spesso, visto che tra l’altro ho fatto ulteriori studi».

Versione integrale dell’intervista pubblicata ne L’Azione Illustrata, 30 novembre 2007
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Un pensiero riguardo “Il prof del Jazz

  1. Malaguti è un grande della chitarra jazz e una figura di spicco nel panorama italico.
    Purtroppo, come dice anche lui nell’intervista, il jazz è, e resta una musica di nicchia – per la maggior parte -, anche se ha preso piede la moda di “ascoltare” jazz, e benvenga questo cambiamento.
    Però sono sempre i soliti noti, spinti dal nome di successo, dalla musica più orecchiabile – e meno sperimentale – e dai promoter.

    Ascolto con piacere i suoi “vecchi” dischi su SPLASC(H), come “synthetismos” in trio con Pietropaoli e Sferra e, specialmente, “Tip of the Hat!” in 6et con il Maestro Sergio Fanni alla tromba e la grande voce di Maurizio Caldura.

    Grazie a te per averlo ricordato!!!

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