Sì alla moratoria



No alla pena di morte
L’Italia vince all’Onu

Passa la moratoria, battuti Usa e Paesi islamici

Con 99 voti favorevoli, 52 contrari e 33 astenuti le Nazioni Unite danno il primo via libera alla moratoria sulla pena capitale al termine di una battaglia diplomatica che ha visto la coalizione di Paesi guidata dall’Italia restare compatta di fronte all’assalto di un agguerrito fronte pro-pena capitale. Sarà adesso la plenaria dell’Assemblea Generale a esprimere in dicembre il voto definitivo.
La vittoria per la moratoria è maturata quando la terza commissione del Palazzo di Vetro ha respinto uno dopo l’altro gli ultimi emendamenti-killer contro la risoluzione presentati da Egitto e Malaysia. Battuti con una differenza sempre superiore ai 20 voti, i diplomatici del Cairo hanno tentato di evitare in extremis la moratoria presentando tre emendamenti anti-abortisti al fine di snaturare la votazione.
Ma l’iniziativa egiziana, sostenuta da Kuwait, Arabia Saudita, Bahrein, Libia, Iran e Sudan, non ha avuto esito perché la coalizione guidata dall’Italia ha tenuto su un fronte di oltre ottanta voti, senza mai incrinarsi. E lo stesso è avvenuto quando Singapore ha tentato di far leva sulle procedure per rimandare l’approvazione allontanando il voto finale.
In occasione di ogni scontro la coalizione pro-moratoria si è mossa facendo attenzione a non apparire troppo occidentale o europea: mentre gli ambasciatori dell’Ue mantenevano un profilo basso, sono stati Messico, Filippine, Colombia e Gabon a difendere la risoluzione dagli attacchi di arabi e caraibici, che invocavano una solidarietà terzomondista contro «il disegno dell’Ue di imporci i suoi valori» come detto da Sudan e Barbados.
Durante l’ultima fase delle votazioni gli Stati Uniti sono usciti allo scoperto contro la moratoria: il rappresentante di Washington prima ha concordato con gli egiziani la mossa anti-abortista, poi l’ha sostenuta con un intervento a molti apparso in contraddizione con il fatto che l’aborto è legale negli Usa. «Siamo contrari a vietare l’aborto – ha detto una feluca americana – ma abbiamo scelto di sostenere l’emendamento anti-moratoria».
Seduto al posto dell’Italia, l’ambasciatore Marcello Spatafora ha coordinato le mosse della coalizione, preparate in anticipo dagli 86 co-sponsor. «Tutto è andato secondo lo schema studiato – ha detto l’ambasciatore a successo acquisito – e in questa maniera abbiamo evitato autogol dell’ultima ora». Proprio Spatafora ha pronunciato in aula la dichiarazione di voto concordata con i co-sponsor, augurandosi che «l’approvazione sia un momento di inizio per lavorare assieme, per costruire e non dividerci».
Quando sul cartellone luminoso è apparso il risultato della votazione, l’aula della terza commissione ha risposto con l’applauso corale dei co-sponsor e il gelido disappunto dei contrari. Il plauso del governo è arrivato dal presidente del Consiglio Romano Prodi, che ha parlato di «successo per la battaglia condotta dall’Italia» mentre per il sottosegretario Gianni Vernetti, impegnato a New York nella maratona negoziale, si tratta di «un omaggio all’inalienabile diritto alla vita che apre la strada all’approvazione definitiva da parte dell’Assemblea Generale».
«E’ un voto storico perché segna la fine dello Stato Caino» ha aggiunto il radicale Sergio d’Elia, spiegando che «si afferma nella comunità internazionale il principio che lo Stato non può disporre liberamente della vita dei cittadini».
In coincidenza con le votazioni all’Onu la Corte Suprema Usa ha bloccato l’esecuzione in Florida di Mark Dean Schwab, condannato per l’omicidio del giovane Junny Rios-Martinez. La decisione è dovuta alle obiezioni contro il metodo dell’iniezione letale, già più volte espresse. Tale orientamento è, per molti giuristi, ad una moratoria di fatto.

La Stampa
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