Altro che uno due tre stalla…


«Sai qual è l’unico modo per sapere cosa significa avere le mucche al giorno d’oggi? Ti ospito quindici giorni a casa mia». E’ lapidario Giannarciso Borga, allevatore insieme al fratello Terenzio. Un mestiere purtroppo sempre più raro. «Nel 2004 qui a Chiarano c’erano appena una decina di stalle». Meno stalle uguale meno concorrenza? «Sai cosa ce ne importa», risponde. «Siamo pochi, e quindi siamo più isolati. Nella sola Lombardia è concentrato il sessanta per cento della produzione italiana di latte, e lì ancora i contadini in regione vengono ascoltati…». Già, la politica. Si sa che il settore primario, se lasciato in pasto al libero mercato, avrebbe morte certa. La politica è l’unica che ha il potere di garantire la sopravvivenza ai pochi che ancora praticano il mestiere un tempo più diffuso in Italia. Anche se i contadini stessi faticano a comprendere il senso di certe direttive nazionali ed europee, a partire dalle tristemente celebri “quote latte”: «A causa di questa situazione oggi manca latte a livello europeo, a differenza di Stati Uniti o Nuova Zelanda, per esempio, dove la produzione è in aumento. Noi italiani poi produciamo meno di quanto consumiamo, gli olandesi no. Perché? Non riusciamo a capirlo, possiamo solo fare ipotesi. E intanto per questo migliaia di stalle a Treviso hanno chiuso. Stiamo perdendo un’intera generazione di allevatori, e con essa la “cultura della stalla”».
Ma come chi vive chi deve mantenere una stalla? «Ripeto», continua, «Ti ospito a casa mia. Oggi si parla tanto di “lavoro flessibile”: il nostro è una canna di bambù! La nostra famiglia è impegnata 365 giorni all’anno, e dobbiamo essere reperibili pressoché sempre, perché se la mucca partorisce di notte…» Com’è la giornata dell’allevatore? «Gli orari variano in base alle abitudini da stalla a stalla. Noi lavoriamo in stalla la mattina, iniziando alle 5.30, e verso sera c’è la mungitura, che finisce alle 20. E nel pomeriggio c’è sempre qualcosa da sistemare o preparare». Mai pensato di smettere? «Sarebbe come scendere da un treno in corsa. Smantellare una stalla non è una cosa da poco. Poi ci sono degli investimenti da ammortizzare. Ed infine la passione».
Vi salvate almeno con la carne? «A ma quando nasce un vitello mi tocca ucciderlo, perché i 90 euro che guadagno a venderlo non compensano quanto spendo per mantenerlo quindici giorni. Ho reso l’idea?»
A proposito di guadagni… «Nel 1996 intascavamo 900 lire ogni litro di latte, tre mesi fa 690 lire. Poi l’aumento della richiesta ha fatto aumentare il prezzo. Noi abbiamo guadagnato 200 lire in meno, mentre il prezzo del latte al dettaglio è aumentato di 200 lire. La forbice è aumentata quindi di 400 lire al litro. In Italia si producono dieci milioni di tonnellate di latte. Fai la moltiplicazione: una montagna di soldi. Chi se li è presi? I contadini no di certo».
Ora però c’è anche la possibilità di venderlo alla spina. «Sono dei tentativi degli allevatori di fare cassa, ma affinché prendano piede occorre prima che si diffonda una certa cultura. E comunque un mio amico ha fatto l’impianto: concessione edilizia, norme sanitarie, geometra, eccetera. Totale diecimila euro. Non sarà di certo questo a salvarci».
Pensate che i problemi finiscano qui? No. «Oggi è sempre maggiore la concentrazione di capi in allevamenti sempre più grandi. Finché uno tiene poche decine di mucche, con il liquame concima i suoi campi ed è a posto. Ma chi ha centinaia di capi non ha abbastanza ettari di terreno per farlo, e quindi finisce per inquinare le falde acquifere. I nostri politici hanno sistemato il problema con una nuova direttiva che penalizza tutti».
La burocrazia. Un’altra macina al collo per il contadino. «Per starci dietro dovremmo assumere un contabile. Anche perché spesso il contadino non deve badare solo alla stalla… Ogni anno riempio un registro, perché tutto dev’essere rintracciabile: il capo e tutto quello che mangia. La legge quindi mi obbliga, per esempio, a dividere il fieno proveniente da due campi diversi. A quelli che hanno partorito certe leggi dovrebbero fare la prova del palloncino…» Una soluzione? «L’unica strada è la responsabilità personale del contadino: la fiducia. Il latte che vendo è lo stesso che bevono i miei figli!».

Non c’è che dire: la vita di un contadino è proprio un "reality show".
Postilla clamorosamente off-topic: l’immagine in altro proviene dal sito www.marok.org/Elio/index.html. Visitatelo. Immediatamente.

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