Caro pane…


Siamo tornati da Fiorenzo Barattin, il quale per mestiere gestisce un’azienda agricola a Rustignè di Oderzo insieme ai fratelli. Parte dei loro 55 ettari di terreno sono coltivati a frumento.
E’ giustificabile questo aumento del prezzo del frumento?
«Sì, in quanto questo è calato costantemente per 25 anni; e per quanto riguarda frumento e mais nel giro di sei mesi siamo tornati ai prezzi di allora. Ma prima il prezzo era troppo basso, ora siamo ad un livello giusto, che ci aiuta a vivere. Per dire, l’aumento c’è stato anche in Polonia dove c’è un mio amico contadino: una volta dieci ettari di terra non gli bastavano per mantenere moglie e figlio, e doveva venire cinque mesi a lavorare in Italia per arrotondare. Ora può permettersi di fare il suo mestiere solo in patria. Se fosse così in tutto il mondo, si contribuirebbe a ridurre i flussi migratori, visto che gran parte degli stranieri che arrivano da noi provengono da società contadine».
A cosa è dovuta questa impennata improvvisa?
«Intanto sono venuti a mancare degli aiuti a livello europeo, che invece sono arrivati per tenere dei terreni incolti. E così oggi conviene comprare il prodotto nell’est, in sudamerica o in nord Africa. Il fatto è che in settori come la tecnologia noi occidentali siamo all’avanguardia, tanto che questi paesi non possono offrire un’alternativa valida, a differenza appunto dell’agricoltura che è diffusa in tutto il mondo. Infatti noi siamo influenzati da cambiamenti che avvengono su scala mondiale».
Ovvero?
«La popolazione del mondo sta aumentando, e questo significa meno terra a disposizione e più acqua sottratta all’agricoltura. Inoltre sta aumentando la richiesta nei paesi emergenti: in Cina ed India sempre più gente ha soldi in tasca e non si accontenta più del pugno di riso, ma vuole il panino col salame… Infine l’aumento del prezzo del petrolio oltre i 35 dollari al barile rende conveniente produrre alcool o biodiesel dalla canna da zucchero come avviene in Brasile. Questo è buono, perché contribuisce a ridurre l’inquinamento, ma fa crescere la domanda. Oltre a queste cause strutturali quest’anno ci sono anche cause contingentali, che non è detto che si ripetano in futuro: sto parlando della siccità nei paesi dell’est e del maltempo in nord Europa che l’estate scorsa ha gravemente danneggiato i raccolti».
E’ per questo quindi che il pane costa così tanto?
«Chi sostiene questo dice una cosa non vera. La farina attualmente incide per il 10% sul prezzo del pane, e prima degli aumenti ancora meno: oggi siamo ai 25 centesimi al kg contro i 2,5 euro del pane. Prima degli aumenti la farina andava sugli 11 centesimi al kg. Pane e pasta sono aumentati del 20-30%, quindi molto di più».
Andando sul concreto, come inizia il viaggio del frumento dal campo alle nostre tavole?
«Il prodotto viene raccolto, e per garantirne la corretta conservazione vengono immagazzinati in silos con un’umidità particolare. Prodotti come il mais poi possono essere passati attraverso un essiccatoio che purifica il prodotto dalle alpha tossine, dei batteri che possono risultare nocivi. Dalle nostre parti c’è il consorzio Cerealicoltori Piave a Camino di Oderzo dove vengono immagazzinati 300.000 quintali di frumento, mais, soia e colza, perché ora coltiviamo anche questo; poi ci sono Motta di Livenza e San Biagio di Callalta, e centri di raccolta privati; da questi posti avviene poi la vendita».
Perché coltivate il colza?
«Noi contadini siamo costretti a tenere incolti il 5-10% dei terreni, il che è un controsenso; da un po’ di tempo ci permettono di coltivarci il colza, dal quale poi si fa l’olio, ma non è una soddisfazione, e poi ci ricaviamo poco»
Perché?
«Perchè il contadino deve avere almeno la soddisfazione di veder crescere il frutto del proprio lavoro, altrimenti è meglio cambiare mestiere».
Perchè è un controsenso lasciare i campi a maggese?
«Perché mentre nel mondo la gente muore di fame, a noi ci pagano per non coltivare i campi, senza contare che gli aiuti alimentari ai paesi del terzo mondo non fanno altro che creare ulteriore povertà. Anche se va detto che noi agricoltori senza la politica avremo già chiuso; il libero mercato infatti avrebbe già cancellato il misero 3% di popolazione italiana rimasta nel primario. E conviene alla collettività che noi chiudiamo baracca? L’agricoltura aiuta anche altri settori, e niente contadini significa campagne incolte, fossi e vegetazione non curati».

L’Azione, Domenica 16 settembre 2007

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