Dalla parte della maestra


Scuole elementari di Camino di Oderzo, 1930

La scuola italiana è allo sfascio. Abbandono scolastico, edifici fatiscenti e pericolosi, professori incapaci o demotivati, studenti allo sbando. Ad infierire ci si è messo pure il fenomeno YouTube, ovvero la nuova moda degli studenti italiani di registrare con i telefonini quanto accade all’interno delle proprie scuole per poi pubblicare il tutto in rete.
Una mania amplificata soprattutto dai media, che con scarso senso di responsabilità danno sempre ampio spazio agli ultimi "ritrovamenti".

L’ultimo caso di "malascuola", anche se non direttamente collegato a quanto detto sopra, è quello della maestra 22enne che avrebbe "tagliato la lingua" ad un bambino di sette anni perchè troppo vivace.

Ed ecco il servizio, dove la lingua tagliata diventa una ferita da cinque punti di sutura, la madre incazzata che spiega come il suo bambino sia ora sconvolto, piange e piange sempre, non vuole più vedere un coltello, neanche in casa, non vuole più tornare a scuola eccetera eccetera.

Ed ecco pure l’intervista al bambino al telegiornale che francamente, più che sconvolto, sembra appena uscito dalla proiezione di Alla ricerca di Nemo. Risponde prontamente alle domande della giornalista. Sul labbro un piccolissimo taglietto. "E’ vero che non vuoi più vedere la tua maestra?" Risposta: "Sì".

A questo punto viene da chiedersi: ma chi è rimasto più sconvolto? Il bambino o la maestra, che per questo episodio potrebbe ritrovarsi disoccupata e marchiata d’infamia? Ed è maggiore il peccato di inesperienza di questa povera ragazza o la montatura giornalistica che ne è seguita?

Invece che puntare il dito, perchè non ci si chiede cosa spinge un’insegnante, per quanto giovane, a ricorrere a simili "espedienti psicologici"? Mi riferisco anche ad altri episodi simili avvenuti nel recente passato.

E’ ora di iniziare una riflessione seria su come stanno crescendo queste nuove generazioni, che sanno tutto di Wrestling, cartoni animati giapponesi e programmi televisivi e non sanno neanche giocare al fazzoletto. Bambini che a sette anni sono assolutamente ingovernabili e asociali e che alle medie (se non prima) hanno il cellulare e credono di sapere già tutto della vita.
Bambini che altro non sono che il risultato di quanto ricevono dalla famiglia, vittime della situazione che trovano in casa: genitori separati o divorziati, o al contrario iperprotettivi, o ancora incapaci di crescere i figli, subappaltando il compito al tubo catodico.

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