Il Volonteer Art Attack e la FIAT


Che cosa c’entrano queste due cose? Apparentemente niente. Ma solo apparentemente…

Continuo a non capire infatti il perché di questo nome così assurdo… Volonteer Art Attack…

Ho forti dubbi inoltre sulla correttezza del termine “volonteer”: nel dizionario italiano-inglese Ragazzini terza edizione infatti questo termine non c’è. Google ci segnala seimila pagine su Internet che invece lo contengono, contro le ottantuno milioni che presentano il termine “volunteer”.

L’unica spiegazione valida è che il termine “volonteer” appartenga a qualche tipo di slang americano… sarebbe veramente ridicolo infatti che il termine sia grammaticalmente sbagliato (tenendo conto anche che l’assessore che si occupa della manifestazione è sposata proprio con un americano… ma questo è un altro discorso).

Una spiegazione plausibile è che il termine sia stato scelto per l’assonanza con la traduzione italiana. Ma in realtà a me il termine “volonteer” mi fa venire in mente solo i cari vecchi manifesti di propaganda americani con lo zio Sam che ti indica, e la scritta in basso “I want you for U.S. Army”. Cioè la guerra, una cosa non proprio affine col mondo del volontariato.

L’unica cosa che mi fa venire in mente “Art Attack” invece è un Giovanni Muciaccia che quando meno te lo aspetti salta sul palco con la sua felpa rossa e i suoi occhiali tondi e insegna tutti a costruire, che ne so, un portaoggetti con dei MI cantini rotti.

Comunque, volonteer o volunteer che sia, siamo di fronte all’ennesimo attacco di esterofilia cronica. Ovvero quella specie di malattia che colpisce noi italiani che fa diventare una cosa migliore solo perché ha un nome anglofono. I giornali non parlano di “pettegolezzi” ma di “gossip”, non si dice più “scaricare” ma “downloadare”, e alle conferenze la “pausa caffè” viene sempre più spesso sostituita dal “coffee break”. Ma se gli inglesi e gli americani non sanno neanche cos’è il caffè! E poi ci lamentiamo col governo perché l’Unione Europea ha eliminato la traduzione italiana simultanea di tutto ciò che viene detto e scritto a Bruxelles e Maastricht…

E si va anche oltre, e al supermercato nel banco frigo possiamo trovare la “American non-so-cosa pizza”, un prodotto “made in italy” anche se non si direbbe viste le “stars and stripes” stampate sulla scatola. Ma come fa un italiano a comprare una pizza che viene presentata come “americana”, e che per giunta americana non lo è neanche un po’?

E poi in tutto il mondo sono d’accordo nel sostenere che le scarpe migliori sono le italiane. E noi italiani? Compriamo le Timberland, le Nike, le Adidas. Eppure sono fatte nelle Filippine esattamente come le Diadora e le Fila! E allora dove sta la differenza? La differenza sta nel fatto che Totti non indossa le Diadora e le Fila. E se gli fanno male i piedi è colpa dei calzini, lo ha detto pure lui!

Mi sto allargando troppo… ma è proprio qui che c’entra la Fiat. Da qualche settimana sta mettendo in onda una serie di spot il cui slogan è “Quando compri una macchina giapponese [o francese, o tedesca], i giapponesi [o francesi, o tedeschi] ringraziano! Metteteci alla prova”. Seguono i loghi di tutte le marche automobilistiche di proprietà della casa torinese.

Era ora che qualcuno se ne accorgesse. Dovrebbero farlo anche gli altri: un po’ di autarchia volontaria non guasterebbe. Se i francesi non hanno problemi di disoccupazione è perché difficilmente scelgono un prodotto straniero se quello nazionale è di pari qualità o quasi.

E noi, quando impareremo?

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