Germania sì, Italia no

14 luglio 2014 alle 14:33 | Pubblicato su commenti | 1 commento
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Chi l’avrebbe mai detto che avrei tifato Germania alla finale dei Mondiali di calcio? Ma l’unico motivo che avevo per non tifarla era il non vederla raggiungere l’Italia nella classifica dei Mondiali vinti. Effettivamente troppo poco.

Infatti sono contento di com’è andata a finire. Ha vinto la squadra più solida. Ha vinto la squadra che ci ha insegnato che avere rispetto dell’avversario non significa rinunciare a giocare a metà partita perché stai vincendo 5 a 0.

Ma soprattutto ha vinto un progetto a lungo termine, che ha radici nel decennio scorso, quando ai tempi del fallimento agli Europei del 2004 e dell’organizzazione dei Mondiali 2006, il movimento calcistico tedesco iniziò una fase di programmazione a lungo termine con lo scopo di portare più gente agli stadi, rimodernando per questo motivo gli impianti, e ridare forze alla nazionale e alle squadre di club, potenziando i vivai. Ora, finalmente, questo progetto porta i suoi frutti, e ne avrebbe portati anche prima se non avesse trovato lungo la sua strada un’Italia e una Spagna in stato di grazia.

Tutto un altro mondo rispetto a quello del pallone nostrano, che per anni ha dominato in Europa grazie soprattutto ad un mecenatismo più di istinto che di ragione, ovvero grazie ad un fiume di denaro di provenienza a volte illecita o perlomeno discutibile, in nome del quale è stata data una maglia perfino al figlio di Gheddafi. Un mondo provinciale e colluso con la cattiva politica, la cattiva imprenditoria e la cattiva tifoseria, che non ha voluto pulirsi nemmeno dopo Calciopoli. Un movimento che si ostina a non investire sui giovani, e che dopo essersi illuso di essere ancora grande grazie al mondiale vinto nel 2006, oggi annaspa in un inesorabile ma giusto declino.

Ci sono comunque delle esperienze che fanno eccezione, come quella dell’Udinese, e dello Juventus Stadium. Da qui bisogna ripartire. E, soprattuto, da una classe dirigente che sia scelta per competenza, imparzialità e amore per questo sport, e non per compiacere gli interessi dei poteri forti.

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