Re Barack

27 marzo 2014 alle 20:35 | Pubblicato su commenti | Lascia un commento
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«Intanto sono arrivato a Roma preceduto da dieci C-130 con ventisei auto corazzate, cibo e saponette; giro per la città scortato da duecento uomini dentro ad un SUV di sette tonnellate preceduto da un altro SUV collegato ad un satellite che toglie campo a tutti i cellulari nel raggio di un km, c’ho pure l’assaggiatore ufficiale appresso… e insomma Re Serse di “300″ mi fa una pippa! Ti basta?»

«Beh, potevi portarti dietro anche un interprete più bravo… Quando ho detto “sfida alla povertà” intendevo un’altra cosa…»

Foto: Il Post

“Nuove” proposte

22 febbraio 2014 alle 12:00 | Pubblicato su commenti | Lascia un commento
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Ti accorgi che l’Italia è un paese per vecchi anche quando noti che tra le “nuove proposte” del Festival di Sanremo 2014 ci sono:
Diodato (prima incisione in Svezia dodici anni fa);
Zibba (quest’anno compie 36 anni, ha cantato al concerto del Primo Maggio del 2003);
The Niro (classe 1978 pure lui, tre dischi all’attivo, sotto contratto con la Universal da sette anni).
Tre anni fa il vincitore delle nuove proposte fu Raphael Gualazzi, il quale all’epoca poteva già vantare un contratto con la Sugar e concerti all’attivo in Francia, Germania, Stati Uniti, Indonesia.
Per fare un confronto, quando i Beatles si sono sciolti nessuno dei quattro componenti del gruppo aveva ancora compiuto trent’anni…

Padre Bergoglio: dalla parte dei perseguitati

11 febbraio 2014 alle 15:13 | Pubblicato su L'Azione | Lascia un commento
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E’ appena uscito, ma si sa già che tra due anni diventerà un film, con la regia di Liliana Cavani: tra le tante pubblicazioni su papa Francesco uscite in libreria da marzo ad oggi, La lista di Bergoglio si distingue perché prende in analisi l’attività del futuro papa Francesco durante la dittatura militare in Argentina. Quando essa iniziò, nel 1976, padre Jorge Mario Bergoglio aveva trentanove anni e ricopriva il ruolo di superiore dei gesuiti argentini. Il titolo del libro rimanda a Schlinder’s List di Steven Spielberg: se in quel film si raccontava di ebrei salvati da un imprenditore tedesco, in questo si racconta di dissidenti argentini che il giovane padre Jorge volle a tutti i costi proteggere, nascondendoli nel proprio collegio o favorendone l’espatrio. Tutto questo nel silenzio e con discrezione, poiché non doveva guardarsi solo dai militari, ma anche da certi esponenti del clero che fecero finta di non vedere i crimini della dittatura o, peggio, si macchiarono di collaborazionismo.
La “lista di Bergoglio”, probabilmente assai più lunga di quanto si intuisca leggendo, è composta da seminaristi, sacerdoti, catechisti, o persone impegnate nel sindacato, la politica, la cultura, a volte nemmeno credenti, ma che il futuro papa stimava pur magari non condividendone in pieno il modus operandi; essi avevano in comune l’essersi schierati dalla parte dei poveri e degli oppressi, venendo per questo sommariamente etichettati come comunisti o oppositori del regime e quindi personaggi da fermare con ogni mezzo. Dalle loro testimonianze, raccolte con una certa fatica dall’autore, giornalista di Avvenire, si scopre pure che Bergoglio nel 1977 passò alcuni giorni nel pordenonese, a casa di un emigrante italiano rimpatriato dall’Argentina, avvertendo anche una forte scossa di terremoto.
La prefazione del libro è stata affidata a Adolfo Pérez Esquivel, premio Nobel per la pace ed antifascista argentino il quale, pur dichiarando che Bergoglio avrebbe potuto esporsi di più, lo scagiona completamente dalle accuse di collaborazionismo a lui mosse già a partire dalla sera dell’elezione. Il libro contiene anche il testo di un rapporto riservato sul papa di Amnesty International, e la trascrizione integrale dell’interrogatorio a cui il cardinale Bergoglio si sottopose nel 2010 durante il processo ai torturatori del regime: rispondendo alle incalzanti domande del giudice, il prelato compie anche una breve ma esauriente analisi dei fenomeni dei “preti delle baraccopoli”, sviluppatisi in Sud America a seguito del Concilio Vaticano II.

Nello Scavo
La lista di Bergoglio. I salvati da Francesco durante la dittatura
EMI
€ 11,90

L’Azione, domenica 26 gennaio 2014

Italia (s)vendesi

3 febbraio 2014 alle 22:49 | Pubblicato su commenti | Lascia un commento
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Leggo che oggi in Qatar Enrico Letta ha promesso agli sceicchi locali di prendere in considerazione l’idea di realizzare di un museo islamico affacciato sul Canal Grande a Venezia, si presume per spronare i ricconi di casa a stipulare accordi commerciali con le solite imprese italiane.
Immagino che ora i leghisti inizieranno a tirare in ballo la battaglia di Lepanto brandendo la spada di Alberto da Giussano (aggiornamento: l’hanno già fatto). Così il dibattito finirà in vacca, Letta farà la vittima e ne uscirà bene. Anzi, non mi stupirei se si trattasse di una provocazione ad hoc, visto che il vittimismo negli ultimi anni è sempre stato adoperato con successo dalla nostra classe politica.
Venezia cade a pezzi. L’altra sera il TG2 dossier ha mostrato ancora una volta quanto la città abbia bisogno URGENTE di manutenzione ordinaria, e non certo di progetti ad uso e consumo turistico. Perché allora proporre di costruire un museo islamico proprio in laguna? Forse perché Venezia nei secoli scorsi è stata simbolo di cooperazione e commercio pacifico con gli arabi? Giusto, ma lo è stata anche Genova, se è per quello, e pure i Templari. Perché piuttosto non fare un centro di cultura araba a Marsala (marsa-Allah, il porto di Dio), per esempio, visto che a detta di molti storici la Sicilia araba era, all’epoca, tra le zone più culturalmente avanzate e tolleranti d’Europa?
Che domande. Perché Marsala non è stata per secoli il sogno proibito dell’espansionismo turco-ottomano, Venezia sì. La proposta che Letta ha ricevuto in Qatar (mi auguro che non sia stata un’idea italiana), a me suona come un vero e proprio ricatto neo-coloniale: volete i nostri soldi? Bene, in cambio erigete un simbolo della nostra cultura nel cuore della capitale che per secoli abbiamo tentato inutilmente di soggiogare.
Sia chiaro che in questo caso la religione c’entra poco: qui l’unico Dio non è Allah, è il Denaro.
E un’operazione culturale di questo tipo, imposta da un investitore straniero, mentre intorno la città muore, sarebbe l’ennesimo triste simbolo di un paese che si svende al miglior offerente perché non sa guarire dalle proprie miopie.

Di shopping, Natale e elezioni

24 dicembre 2013 alle 19:23 | Pubblicato su commenti, video | Lascia un commento
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Non so chi sia stato il primo a sostenere che al giorno d’oggi si vota di più col portafoglio che con la tessera elettorale. Forse padre Alex Zanotelli, forse no. Potrebbe sembrare un’affermazione un po’ idealista, ma gli immancabili servizi dei nostri telegiornali sullo shopping natalizio dimostrano la sua veridicità in modo quasi scientifico.
Tralasciando infatti i disperati tentativi di spingere la gente a spender soldi, descrivendo vie Condotti o vie Montenapoleone intasate come neanche il Maha Kumbh Mela, e la criminale espressione “stress da regalo”, che visti i tempi che corrono suona come una bestemmia durante una messa con papa Francesco, per il resto tali servizi hanno un tono molto elettorale. Infatti:
1. Si sciorinano considerazioni sull’affluenza, dopo che nei giorni precedenti si è ragionato sui sondaggi (le previsioni della Confqualcosa di turno sui consumi degli italiani);
2. Si ricordano gli orari di apertura, o meglio, l’orario di chiusura (oggi alle ore 18, perlomeno a Roma, per cui il tempo stringe ed è il caso di sbrigarsi);
3. Si discute sulla scelta del “candidato” migliore (Oggettino di culto hi-tech? Capo di vestiario? Un profumo? O il classico libro?);
4. Ci sono ovviamente gli indecisi (espressione tipica: “non so cosa comprare”), e se non si trova il “candidato” migliore, si passa al meno peggio;
5. Immancabile, arriva il momento degli exit poll (Le interviste ai passanti che non vedono l’ora di rivelare agli italiani cos’hanno comprato a fidanzati/e o mariti/mogli).
I risultati sono che in tutto questo gran guazzabuglio di carte di credito, babbinatale e cappelletti in brodo, puntualmente il Festeggiato si trasforma in Dimenticato.
Su chi fa la parte del Dimenticato in occasione delle elezioni, io un’idea ce l’ho, ma si accettano comunque suggerimenti.

(A proposito: buon Natale. E buon 2014. Ne abbiamo tutti un po’ bisogno, mi sa.)

Crisi e cambiamento

19 dicembre 2013 alle 19:35 | Pubblicato su L'Azione | Lascia un commento
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Nella serata di mercoledì 27 novembre la pastorale giovanile della forania di Conegliano ha organizzato una serata con Riccardo Milano, economista, ex promotore finanziario in seguito… “pentitosi” e diventato uno dei fondatori di Banca Etica. In una sala del Toniolo, presente circa un centinaio di persone, ha conversato sul tema “La crisi che fa crescere”. Crescere? Sì, perché in greco antico “crisi” è etimologicamente vicino al termine “opportunità”.
Il dott. Milano ha identificato sette tipi di crisi differenti; oltre alla economica e finanziaria, sotto gli occhi di tutti, siamo in mezzo ad una crisi delle teorie economiche: dal 1970 ad oggi ci sono state quattrocento crisi, e ora non esiste più un modello economico adatto ad affrontarle. Esiste poi una crisi della politica: negli ultimi trent’anni è essa stata fagocitata dalla finanza e non fa più il suo ruolo, per cui ha salvato le banche, prime responsabili di quanto sta accadendo; ma esse, oltre a non aver cambiato atteggiamento, ora ricattano gli stati chiedendo di adeguarsi quando dovrebbe essere il contrario, ed impongono ad essi tagli al welfare, additato come causa della rovina. La quinta crisi riguarda la fiducia: “credito” deriva da “credere” ma gli istituti di credito non si fidano tra di loro né si fidano dei cittadini. Da tutto questo nasce la crisi dell’etica, accantonata per creare una finanza senza alcun principio, e una crisi culturale: “Studiate – ha chiesto il dott. Milano agli studenti coneglianesi che componevano la maggioranza dei presenti, – perché se non si studia non si può capire la realtà e quindi trovare il modo di uscire da questa spirale, e perché “se non lo fate voi lo faranno gli indiani e i cinesi”.
La speranza ha due figli, ha affermato il dott. Milano citando sant’Agostino: l’indignazione e la voglia di cambiare. Da qui, secondo lui bisogna ripartire. Indignarsi per le forti disuguaglianze che questo sistema ha creato, indignarsi nel sapere che navighiamo senza saperlo sopra ad un mare di soldi, al confronto del quale il debito pubblico italiano è una bazzecola; soldi che potrebbero risolvere tanti problemi ma che sono controllati da poche centinaia di istituzioni private nel mondo. Indignarsi, e quindi cambiare: come? Attraverso lo studio, come già detto: in particolare e gli studenti nelle facoltà di economia devono pretendere dai loro insegnanti di studiare le alternative al sistema attuale, che ci sono. Si chiamano, per esempio, banca etica e mercato equo e solidale. Si cambia poi con la politica: “Anche se gli esempi attuali non sono incoraggianti – ha affermato – dobbiamo ricominciare ad occuparci di politica”, la “più alta forma di carità” secondo la definizione di papa Paolo VI. Nuove leggi che blocchino i meccanismi che permettono alla finanza di arricchire pochissime persone, che tassino le transazioni finanziarie, che eliminino i paradisi fiscali. La dottrina sociale della Chiesa – ha concluso – ci chiede infine di cambiare il nostro stile di vita: occorre più sobrietà, maggiore capacità di ascolto, nuove relazioni con gli altri.

L’Azione, domenica 8 dicembre 2013

La “Riconciliazione Nazionale” di Nelson Mandela

6 dicembre 2013 alle 10:11 | Pubblicato su commenti | Lascia un commento
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Questa mattina ho saputo della morte di Nelson Mandela. E penso siate d’accordo con me che un personaggio di tale caratura meriti di più di un post di cordoglio su Facebook o di un tweet, no? Io vi consiglio il capitolo che gli dedica Marianella Sclavi nel volume Arte di ascoltare e mondi possibili, e che riguarda l’esperienza della Truth and Reconciliation Commission (1995), istituzione che volle raccogliere le testimonianze non solo dei crimini commessi dalla popolazione bianca nei confronti di quella nera, ma anche delle violenze commesse dai gruppi anti-apartheid verso la popolazione bianca negli anni della transizione democratica.

Purtroppo qui in Italia operazioni simili non sono mai state compiute, e il brutto rapporto che abbiamo con la nostra storia degli ultimi centocinquant’anni ne è la conseguenza. Google Books vi regala le prime tre pagine del capitolo, per le altre fatevi un giro in biblioteca.

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