Recensione de “L’ospitale di Oderzo”

12 maggio 2013 alle 19:23 | Pubblicato in commenti, L'Azione, oderzo | Lascia un commento
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“L’Ospitale di Oderzo e l’assistenza nel territorio: dalle confraternite medievali alla comunità multietnica” è il titolo dell’ultima fatica letteraria di Giuseppe Migotto, noto giornalista di Colfrancui di Oderzo e storico locale. Presentato il 18 dicembre 2012 in una sala incontri di Palazzo Foscolo assai gremita, si tratta di uno studio voluto dall’azienda U.L.S.S. n. 9 e pubblicato, con una veste grafica ben curata, dalle edizioni Antiga di Crocetta del Montello.
Come si intuisce già dal titolo, parlare di “libro sulla storia dell’ospedale di Oderzo” sarebbe quantomeno riduttivo: questo perché lo studio di Migotto è ben più ampio ed interessante, poiché va ad analizzare l’intera vicenda storica dell’assistenza al malato e al bisognoso a Oderzo e nei suoi immediati dintorni. Si parte infatti da un paio di doverose divagazioni riguardanti l’ospedale dei pellegrini a Portobuffolè, istituito nel 1362, e la presenza dei Templari a Santa Maria della Campagnola (oggi Tempio di Ormelle), terminata bruscamente nel 1312 con il celebre scioglimento forzato del loro ordine.
Tutto questo a dimostrare come qui nel Trevigiano, come altrove, furono le istituzioni religiose le prime a farsi carico del problema. Ed il seguito della storia non fa eccezione: nel 1313, giusto un anno dopo la scomunica ai Templari, in città si stabiliva la congregazione dei Battuti, avviando la scuola omonima che trovò sede nell’edificio, oggi di proprietà Bucciol in Contrada del Cristo, ottimamente restaurato negli anni ’90: la “Scuola dei Battuti” rappresenta la prima esperienza significativamente documentabile di assistenza al malato in Oderzo. Migotto, tra le esperienze successive, ricorda in particolare la presenza in città del convento dei Cappuccini di San Rocco e delle monache di Santa Maria Maddalena: di fianco a queste ultime sorse l’Hospitale, gestito dalla Luminaria del Duomo di Oderzo, ed in seguito, a poca distanza, il Convento delle Grazie. Erano i secoli delle celebri “ruote degli Esposti”, e delle frequenti epidemie dovute alle scarse condizioni igieniche e dai ricorrenti passaggi di soldati. Nel XIX secolo saranno le suore Terziarie Francescane Elisabettine ad aprire la “casa di ricovero”, mentre per arrivare alla nascita dell’ospedale civile vero e proprio, intitolato al primo sindaco di Oderzo Pompeo Tomitano, bisognerà attendere fino al 1905. Col passare degli anni l’edificio ha subito vari ampliamenti e ristrutturazioni dovuti ai nuovi bisogni della popolazione: l’ultimo, recentissimo, ha riguardato il Pronto Soccorso.
L’autore termina l’opera con alcuni profili di personalità che nel corso del secolo scorso hanno legato il proprio nome all’ospedale. E nel caso di Amedeo Obici si intende quasi in senso letterale: l’emigrante opitergino che negli Stati Uniti fece fortuna coi suoi celebri Peanuts contribuì infatti economicamente alla costruzione di un’intera ala dell’ospedale che da allora è intitolata a sua madre. Altri figli della nostra terra che hanno fatto fortuna oltreoceano hanno seguito il suo esempio: ne vengono ricordati due, Bruto Belli e Geremia Lunardelli, entrambi arricchitisi in Brasile col commercio del caffè.
C’è spazio poi per tre artisti: Armando Buso, che trovò tra le stanze del nosocomio ispirazione per i propri quadri, Gina Roma, che al reparto maternità ha donato un bellissimo affresco, e Goffredo Parise, la cui salute precaria lo costrinse a frequenti degenze. Non potevano mancare, alla fine, i ricordi di suor Gerarda e don Ezio Dal Piva, due vite spese nell’assistenza spirituale ai malati, e del dottor Dino Costariol: l’autore in questo caso ha voluto dipingerne la figura pescando dai propri ricordi personali.
Giuseppe Migotto, che l’ospedale lo conosce bene avendoci lavorato una vita, in queste pagine racconta queste storie con il suo stile sobrio e affabile rodato e conosciuto a molti grazie a tanti anni di articoli; il suo è un significativo contributo alla storia di Oderzo, la quale dopo le numerose, ma datate, pubblicazioni di Eno Bellis è stata negli ultimi anni troppo trascurata.

da L’Azione Illustrata, edizione Oderzo-Motta di Livenza, aprile 2013

Un incontro con Arrigo Cavallina

26 aprile 2013 alle 14:39 | Pubblicato in L'Azione | Lascia un commento
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Nella serata di venerdì 12 aprile l’oratorio di San Vendemiano ha ospitato una testimonianza di Arrigo Cavallina, veronese, fondatore negli anni ’70 dei Proletari Armati per il Comunismo, piccola formazione terroristica il cui nome è tornato alla ribalta negli ultimi anni perché vi fece parte Cesare Battisti, oggi latitante in Brasile. Ai presenti, tra i quali spiccava una significativa presenza di giovani, Cavallina ha raccontato il suo percorso che lo ha portato oggi a rifarsi una vita, dopo la militanza ed il carcere, anche grazie alla fede ritrovata: un aspetto sul quale forse si è soffermato meno di quanto ci si potesse aspettare, coerentemente alla volontà di “non confondersi con chi proclama la propria conversione per fare spettacolo”.

Perché Cavallina è un uomo, prima di tutto, coerente: classe 1945, di madre cattolica e padre valdese, come tanti giovani di ieri e di oggi si chiese come poteva dare il suo contributo a migliorare il mondo; da accanito lettore qual è sempre stato, trovò la risposta prima negli scritti di Marx e poi dei teorici della lotta armata. E dopo le frequentazioni con vari personaggi tristemente noti dell’epoca, la coerenza e l’ingenuità lo hanno portato alla scelta di darsi alle rapine e agli attentati insieme a coetanei spinti chi da motivazioni culturali, chi da pretesti per esercitare la violenza. In carcere, dove rimase tra il 1975 e il 1977, iniziò a ripensare le proprie scelte di vita e ad approfondire le ragioni del proprio dissenso verso la lotta armata e al male che avevano fatto le sue illusioni; a fine 1979, mentre già stava prendendo le distanze dal suo passato, un pentito lo inchiodò alle sue responsabilità costringendolo ad altri quattordici anni di carcere.

Durante e dopo la detenzione Cavallina, abbandonate le letture giovanili, ha riscoperto la Bibbia. “La mia vita è ciò che permea l’intera Scrittura – ha affermato – ovvero la Salvezza: Dio ci dà la possibilità di ripartire nonostante quanto abbiamo fatto. Io ho conosciuto persone che hanno dato concretezza a tutto questo”. Ha lavorato con la Exodus di don Mazzi ed in altre in associazioni di volontariato assistendo in particolare tossicodipendenti e carcerati; da anni denuncia le disumanità del mondo carcerario, auspicando modi nuovi di scontare una pena che siano “riparative, non distruttive”, visto che devono “redimere il condannato”: ha fatto l’esempio dell’ex amico Battisti, che dovrebbe a suo dire essere costretto a “spingere per tutta la vita la carrozzina di Torregiani” (l’uomo rimasto paraplegico per errore dopo un suo attentato) e ad usare i proventi dei suoi libri per finanziare gli studi dei figli delle sue vittime. Solo in questo modo un uomo può dire di aver pagato il proprio conto con la giustizia, e non “rimanendo per anni chiuso in gabbia a non far nulla”.

L’Azione, domenica 21 aprile 2013

inDipendenza Sonora 2013: il bando

17 aprile 2013 alle 08:51 | Pubblicato in oderzo | Lascia un commento
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“AAA cercasi musicisti”: questo, in sostanza, è il succo del bando lanciato per la sagra di san Bartolomeo di Camino di Oderzo da inDipendenza Sonora, nome dietro al quale si cela un gruppo di volontari, di età compresa tra i 20 e i 30 anni, dell’Associazione Parrocchiale San Bartolomeo, ente organizzatore della sagra. Avendo quest’anno a disposizione un secondo palco, il gruppo si sta muovendo da ormai più di un mese per poter offrire, durante i festeggiamenti agostani, delle alternative musicali al ballo liscio. I gruppi rock interessati possono aderire al bando contattando gli organizzatori entro il 25 aprile; chiunque può invece già da ora votare i primi nove gruppi che hanno aderito su Facebook e nella pagina web della sagra: chi otterrà più preferenze a giugno aprirà il concerto dei Califfo De Luxe, sul palco principale della manifestazione, la sera della festa del patrono, sabato 24 agosto. Tutte le informazioni si possono trovare al sito www.camino-oderzo.it/is o cercando “inDipendenza Sonora” su Facebook.

L’Azione, domenica 14 aprile 2013

Pasqua 2013

31 marzo 2013 alle 10:18 | Pubblicato in Uncategorized | Lascia un commento
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Cristo è risorto. Buona Pasqua a tutti.

Rosita Késs, nata per la musica

24 marzo 2013 alle 17:27 | Pubblicato in L'Azione, oderzo | Lascia un commento
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Rosita Ziroldo, nata a Oderzo nel 1979, è una cantautrice che vive e suona negli Stati Uniti con lo pseudonimo di Rosita Késs. Sarebbe fin troppo facile paragonarla ai troppi giovani italiani che emigrano per cercare lo sbocco professionale che in madrepatria non trovano, ma qui in realtà siamo di fronte ad una persona dall’animo zingaro, che ha lasciato presto il tetto natio e girato l’Europa prima di trovare la stabilità negli Stati Uniti, dove ha pure messo su famiglia. Oggi in saccoccia ha due album autoprodotti, più un terzo in arrivo, e vanta collaborazioni con musicisti di tutto rispetto, anche se il più delle volte sconosciuti al grande pubblico.
L’abbiamo contattata dopo una sua fugace apparizione a Demo l’acchiappatalenti, trasmissione di Radio Uno che ha messo in onda un paio di suoi brani.
In che modo ti sei avvicinata alla musica?
Avevo quattro o cinque anni: mio padre a casa suonava un piano ed io cercavo di imitarlo. A sei anni mi iscrisse ad una scuola di musica. Non ero particolarmente studiosa e diligente, ma la musica mi affascinava e così, a casa, quando nessuno mi sentiva, giocavo a creare piccole composizioni per pianoforte, e a cantarne le melodie. Scrivere diventò quasi da subito necessario per esprimere quello che sentivo: ero molto introversa da bambina, e quella era la mia via d’espressione.
Come definiresti il tuo genere?
Non credo che la mia musica appartenga ad un genere preciso: scrivo canzoni. Attingo inconsapevolmente da melodie che ascolto, da espressioni di persone che incrocio, da storie che mi vengono raccontate o che leggo. E sicuramente dai luoghi, dai loro suoni e soprattutto dai loro silenzi.
Nella tua giovinezza hai viaggiato molto: Perché hai deciso di fermarti proprio a New York?
Non è stata una scelta premeditata. Ci andai la prima volta per entrare in una scuola di jazz, poi tornai in Europa a registrare il mio primo disco, tra Trieste ed Hannover. Un chitarrista californiano col quale avevo lavorato mi convinse a tornare, a cercare un sound più adatto alle mie canzoni, che in Europa non trovavo. A Brooklyn incisi il mio secondo album: tempo dopo, mentre suonavo per promuoverlo, ricapitai a New Orleans, la città che più mi aveva attirata e ispirata negli Stati Uniti. A Bywater, uno dei suoi quartieri, ho vissuto due anni: un luogo magico, che ricorda Cuba, dove i colori ed i suoni sono più vivi che mai ed il cielo sembra vicinissimo alla terra. La cultura creola, nella bellezza e nell’esotismo di tutte le sue espressioni, mi entrò nel cuore e mi ispirò più di qualunque altro luogo, al punto che in un anno scrissi più di trenta canzoni: di queste undici entreranno nel mio nuovo album, di prossima uscita, il cui nome é F.L.O.Y.D., acronimo di “For Love Of Your Desire”.
Sono tornata a New York perché ero al quinto mese di gravidanza e d’estate qui il caldo è soffocante. Qui è nato Floyd, il mio primo figlio. Sono però certa che un giorno tornerò a New Orleans a vivere.
Che realtà sociale/culturale hai trovato negli States?
Una realtà incredibilmente eterogenea. Qui noto un attivismo politico e sociale decisamente più attento ai cambiamenti, prolifico e meno pessimista, una curiosità che in Europa sembra ardere un po’ meno: trovo che sia un grande paradosso, visto che qui tutto è una riproduzione, talvolta grossolana, dell’Europa. Il nostro vecchio “Continente guida” sembra aver perso un po’ il lume dell’ispirazione e della creatività che da sempre lo rende modello…
Qual è la differenza tra fare il musicista in Italia e negli Stati Uniti?
E’ una differenza abissale. La musica qui, come in Inghilterra, viene insegnata come disciplina primaria, e considerata attività vera e propria. Il musicista in Italia è spesso giudicato come un perditempo: sarà forse per questo che la qualità della musica a cui veniamo esposti é pessima. Tolti i pochi veri cantautori italiani (alcuni morti, alcuni espatriati) le nuove finestre musicali di lancio sono dei deprimenti format televisivi malamente gestiti da incompetenti, da cui escono qua e là delle belle voci ma prive di personalità. Per migliorare questa situazione bisognerebbe a mio avviso eliminare la tv e ricominciare a leggere e viaggiare. Ritrovare la passione e la curiosità che l’appiattimento politico da noi stessi accettato per troppo tempo ha generato. É questo il clima che assorbo quando torno nella mia patria, e mi rattrista perché il nostro paese é osannato in tutto il mondo ed ha una quantità di risorse infinita.

da L’Azione, domenica 10 marzo 2013

Bergoglio: “Donne inadatte alla politica”. Bufala?

15 marzo 2013 alle 08:43 | Pubblicato in commenti, internet | 7 commenti
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Vedo che già mercoledì sera, a pochi minuti dall’Habemus Papam, c’è chi ha cominciato a mettere a soqquadro la vita del nuovo papa alla ricerca di scheletri nell’armadio o uscite fuori luogo, con un copione già visto ai tempi dell’elezione di Ratzinger.

Alla seconda categoria appartiene una presunta dichiarazione, datata 4 giugno 2007, in cui il futuro pontefice Bergoglio avrebbe definito le donne “inadatte naturalmente alla vita politica”. Io, memore delle precedenti panzane riguardanti Benedetto XVI (le scarpe di Prada, i suoi rapporti col nazismo, la benedizione alla Kadaga, Ratisbona, Galileo/Feyerabend eccetera) prima di prendere la storia per vera ieri mattina ho preferito fare quello che dovrebbe (appunto, dovrebbe) fare un giornalista, ovvero verificare le fonti.

Google, in un caso così, dovrebbe essere uno strumento affidabile. Cercando “Bergoglio mujeres” e circoscrivendo la ricerca alle pagine modificate nel 2007 si finisce però dritti dritti dentro a… Yahoo! Answers. L’utente che pone la domanda riporta queste parole:

Buenos Aires, 4 de junio (Télam).- El arzobispo de Buenos Aires, cardenal Jorge Bergoglio, afirmó que “las mujeres son naturalmente ineptas para ejercer cargos políticos”, refiriéndose a la candidatura presidencial de la Senadora Cristina Fernández de Kirchner.

“El orden natural y los hechos nos enseñan que el hombre es el ser político por excelencia; las Escrituras nos demuestran que la mujer siempre es el apoyo del hombre pensador y hacedor, pero nada más que eso”.

En sus polémicas declaraciones, el arzobispo de Buenos Aires agregó que “hay que tener memoria; tuvimos una mujer como Presidente de la Nación y todos sabemos qué pasó”, refiriéndose a la ex presidente Estela María Martínez de Perón.

Las organizaciones de derechos humanos y movimientos feministas no hicieron esperar su respuesta.

Il testo è chiaramente la fonte delle frasi che sono state pubblicate ieri, tradotte, da vari siti web italiani (in quel momento mi risulta che solo una testata giornalistica avesse dato spazio alla notizia, ovvero TgCom 24*). Ha tutta l’aria di essere il copia-incolla di un’agenzia, ed infatti la Tèlam è una sorta di agenzia ANSA argentina di proprietà statale.

*AGGIORNAMENTO (15 marzo, ore 9.18). Un altro indizio a favore della non veridicità della notizia è dato dal fatto che per ora nessun quotidiano italiano solitamente critico verso la Chiesa la riporta: evidentemente le rispettive redazioni hanno dei dubbi ragionevoli. Oltre a TgCom24, a pubblicarla per ora sono stati solo nientemeno che Libero e Giornalettismo, entrambi senza citare alcuna fonte).

Eppure, facendo una ricerca nell’archivio del sito dell’agenzia, questo testo non si trova. E non si trova nemmeno setacciando il sito con Google. Le stesse parole cercate su YouTube non danno risultati rilevanti. Infine, non sembrano esserci nemmeno tracce di reazioni di movimenti femministi a queste dichiarazioni.

L’altra cosa curiosa è la data: Bergoglio avrebbe pronunciato queste parole il 4 giugno 2007, ovvero un mese prima rispetto al lancio della candidatura di Cristina Kirchner a presidente dell’Argentina, avvenuta il 2 luglio successivo: questa data però nella Wikipedia in lingua italiana viene erroneamente anticipata al 2 giugno, ovvero a due giorni prima della fantomatica intervista.

Tutto questo non dimostra incontrovertibilmente che il testo sia stato inventato di sana pianta dall’utente argentino di Yahoo! Answers, magari per motivi politici, ma il sospetto è forte.

Di certo, se io ho forti dubbi che questa notizia sia vera, allo stesso tempo dubito fortemente che i gestori dei vari siti internet che hanno riportato la notizia così rapidamente scopiazzandosi tra loro siano certi della sua veridicità, visto che non credo si siano messi a verificare le fonti nel poco tempo trascorso tra l’annuncio della nomina di Bergoglio e la pubblicazione della notizia.

* AGGIORNAMENTO 2 (ore 14.23): sono stati pubblicati due post che sembrano darmi ragione… oppure che mi hanno copiato senza citarmi :-)
Uno di un sito argentino spagnolo ed uno di un sito italiano, UCCR. Nel frattempo questo blog ha raggiunto il record storico di visite nello stesso giorno.

* AGGIORNAMENTO 3 (ore 18.15): Giornalettismo non ha tolto la citazione che vi ho linkato sopra, però in compenso ha pubblicato un articolo che, sebbene condito dal solito anticlericalismo stereotipato che lo caratterizza, prende per buona l’ipotesi della bufala. Secondo Giornalettismo il primo a parlare di bufala è stato il sito infocatolica.com, ma in realtà il post di quest’ultimi risale a stamattina, mentre il blog outono.net che vi ho linkato sopra ne aveva parlato già ieri alle 15. E pensare che io avevo questo post praticamente pronto ieri a mezzogiorno e ho voluto aspettare a pubblicarlo, mannaggia a me (però ho postato la notizia su Twitter credo per primo, alle 11.14: tweet 1tweet 2)

* AGGIORNAMENTO 4 (16 marzo, ore 12.25). Anche Avvenire prende posizione attribuendo la bufala ad una organizzazione anticlericale messicana.

* AGGIORNAMENTO 5 (18 marzo, ore 10.57 e 15.45). Il sito Factchecking analizza la vicenda, citando questo blog, e catalogando la citazione al momento come dubbia; scopro felicemente che anche Paolo Attivissimo, uno dei miei blog preferiti, si è occupato della questione. Il Fatto Quotidiano invece persevera pubblicando ieri un altro pezzo dove si prende per buona la frase misogina. Pure l’UAAR intanto fa marcia indietro pubblicando una rettifica, ma dai toni decisamente infantili (ovvero: noi abbiamo sbagliato, ma è colpa dei giornalisti e la Chiesa è brutta e cattiva. Amen.)

Sette motivi per essere grati a Benedetto XVI

14 marzo 2013 alle 09:13 | Pubblicato in commenti | 1 commento
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In realtà questo post dovevo pubblicarlo già un paio di settimane fa, ma ho avuto degli imprevisti e la sua stesura è andata per le lunghe. Lo pubblico oggi, mentre tutto il mondo guarda a papa Francesco, al secolo Juan Mario Bergoglio. Nel suo primo discorso di ieri ho intravisto qualcosa di coerente con quanto vi illustrerò in questo post.

Può essere che a te, lettore, papa Ratzinger non piacesse. È per questo che ho cercato di concentrarmi sui dati oggettivi e meno su considerazioni dottrinali ed opinioni, sulle quali si può anche non essere d’accordo.

1. Lo stemma. Ho come l’impressione che tanti commentatori, nostrani e non, fatichino a capire la differenza tra conservatore e tradizionalista, visto che per etichettare Benedetto XVI è stato usato più il primo aggettivo che il secondo. Eppure il primo suo atto, a suo modo rivoluzionario, è stata l’introduzione della mitria al posto della tiara nel suo stemma pontificio; la prima volta, da quando i papi usano gli stemmi (ottocento anni!) che questo è avvenuto: un conservatore l’avrebbe fatto? Giusto per intenderci, la mitria è un copricapo vescovile, mentre la tiara è la corona simbolo del potere temporale del papa: quella vera fu venduta per volere di Paolo VI ad un museo americano per finanziare opere di carità, ma nessuno dei suoi due successori decise di rimuoverla dal proprio emblema. Papa Ratzinger, facendolo, ha voluto rimarcare il suo essere prima di tutto un vescovo. Probabilmente per lo stesso motivo ha spesso inserito forti elementi rossi, tipicamente vescovili, nel proprio “guardaroba”, a differenza del suo predecessori. (A proposito: la storia che le scarpe rosse del papa sono di Prada è una bufala.)

Aggiornamento dell’ultim’ora. Papa Francesco ieri sera in dieci minuti non ha mai pronunciato la parola “papa”. Ha definito se stesso “vescovo di Roma” e Benedetto XVI “vescovo emerito”. Mi sono fischiate le orecchie.
Aggiornamento del 18 marzo. Il nuovo Pontefice nel suo stemma ha adottato le insegne del suo predecessore, e quindi la mitria.

2. Lotta alla pedofilia. Di casi di preti che hanno macchiato il proprio abito a causa di crimini legati alla pedofilia e di vescovi che li hanno sottovalutati (o tenuti nascosti) ne sono purtroppo emersi troppi, in questi anni. C’è da dire che dietro a molti di questi casi ci sono solo calunnie, o avvocati in cerca di fama o ancora solo la volontà di denigrare la Chiesa come istituzione; nonostante questo, Ratzinger non ha cercato scuse e ha fatto più di ogni suo predecessore per debellare questa piaga. Dico solo una cosa, tra le ultime che fatto: ha posto a capo dell’organismo romano che si occupa dei processi ai preti accusati di pedofilia Robert W. Oliver, il sacerdote americano che per primo ruppe il muro di omertà sui casi di pedofilia nella diocesi di Boston. Il messaggio mi sembra chiaro.

3. IOR. Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, affermò il Cardinale Ratzinger durante la Via Crucis al Colosseo, pochi giorni prima di essere eletto al Soglio di Pietro, e di trovarsi una situazione decisamente peggiore di quella che troverà papa Bergoglio a partire da oggi; si riferiva molto probabilmente anche allo IOR, la cosiddetta “banca del Vaticano”, visto l’uso discutibile che se n’è fatto nel recente passato. Benedetto XVI ha iniziato una riforma di questo ente (non senza intoppi, leggi le dimissioni di Gotti Tedeschi) introducendo norme antiriciclaggio più severe, con il benestare dell’Unione Europea. Al prossimo Pontefice il compito di portare a termine il lavoro.

4. Ecumenismo. Benedetto ha cercato il dialogo con l’Islam e con le altre confessioni cristiane non cattoliche, anche in maniera non consueta per esempio con la rivalutazione di alcuni aspetti del pensiero del suo connazionale Martin Lutero. Ha aiutato il riavvicinamento della corrente Lefebriana annullando la scomunica che pendeva sulle teste dei scismatici e liberalizzando la messa in latino (che significa in soldoni che un prete può celebrare una messa in latino insieme a dei fedeli che conoscono bene la lingua senza chiedere il permesso ad un vescovo, altro che ritorno al medioevo come ha commentato qualcuno). Ha dato seguito al celebre incontro interreligioso di Assisi del 1986 voluto da Giovanni Paolo II.

5. Consenso. Agli articoli di certi giornali, nostrani e non, che hanno sempre dipinto il papa come un uomo solo e senza seguito, basta contrapporre le foto aeree delle Giornate Mondiali della Gioventù o degli altri suoi viaggi apostolici, dove ha sempre ottenuto riscontri positivi in quanto a partecipazione popolare anche quando e dove i media gufavano. Leggi Gran Bretagna, per esempio, dove peraltro con la costituzione Anglicanorum coetibus ha dato la possibilità a vescovi anglicani sposati di entrare nella Chiesa Cattolica rimanendo sposati. O in Germania, sua patria e patria di Lutero, dove in questi anni i cattolici hanno superato numericamente i protestanti (e a dirlo sono, nel silenzio generale, le statistiche dei Protestanti stessi).

6. Rivoluzioni morbide. Ha messo in discussione alcuni vecchissime prassi che riguardano i Cardinali (ad esempio la creazione a Cardinale, al primo concistoro utile, dei nuovi vescovi di Torino e Firenze) e, più in generale, ha ridotto il peso degli europei, e in particolare degli italiani, nel collegio cardinalizio. Ha nominato come Prefetto per la Dottrina della Fede Gerhard Ludwig Müller, personaggio chiacchierato sia per delle prese di posizioni non certo super-ortodosse su temi come il celibato dei preti e la verginità di Maria, sia per la sua lunga amicizia con Gustavo Gutiérrez, il prete fondatore della Teologia della Liberazione: non male per uno che dovrebbe vigilare sull’ortodossia del clero e dei teologi!

7. Uscita di scena. Il Papa è forse l’ultima persona al mondo del quale uno si aspetta le dimissioni. Lui lo ha fatto, dopo aver accuratamente sistemato alcune faccende negli ultimi mesi di pontificato. Sì, col senno di poi si può dire che di indizi ce n’erano. Ma è stata comunque una decisione assolutamente inaspettata ed inedita, per i tempi moderni. Dimettendosi Benedetto XVI ha lanciato un messaggio ai suoi successori: al giorno d’oggi, vista la complessità del mondo, la Chiesa non può più permettersi un papa “a vita”. Anche perché se il Codice di Diritto Canonico obbliga i vescovi a dare le dimissioni a settantacinque anni, perché il vescovo di Roma dovrebbe costituire un’eccezione? Credo che nei prossimi decenni le dimissioni del Pontefice saranno un evento relativamente frequente.

Ci sarebbe anche dell’altro, volendo, ma mi fermo qui. Concludendo: raccogliere l’eredità di un personaggio come Giovanni Paolo II sarebbe stato difficile per chiunque. Benedetto XVI non ha certo avuto né il carisma né la dimestichezza con i media che aveva il papa polacco. E non ha avuto, aggiungo io, nemmeno la protezione mediatica sulla quale Wojtyla poté contare da parte di chi gli stava vicino: la mia impressione infatti è che Ratzinger sia stato più volte lasciato solo all’indomani di alcune sue uscite che hanno destato polemiche feroci e inutili. Ma d’altronde, quando si mettono in discussione certi status quo di chi ti sta intorno, è chiaro che prima o poi le conseguenze si pagano (leggi caso Corvo, Vatilieaks e compagnia bella). Quello di Ratzinger, a mio dire, è stato comunque un grande papato. Ma ce ne renderemo conto solo in futuro.

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